Esiste un motivo preciso per cui Omero ci descrive i proci così come li vediamo. Sono sguaiati, prepotenti, litigiosi, lussuriosi, scrocconi, avidi e privi di scrupoli. Le loro personalità sono tagliate con l’accetta, non c’è nessuna qualità in loro che sia positiva o apprezzabile. I proci sono un innaturale concentrato di tutto quello che consideriamo disdicevole e odioso, non mostrano nemmeno uno spiraglio di umanità da salvare.
Sono individui grossolani e rozzi, quando, in altri casi, Omero costruisce personaggi dalla personalità complessa, ricchi di sfumature psicologiche. Perché lo fa? Non perché si tratti di personaggi minori, con cui non vuole perdere tempo.
Un espediente narrativo
C’è un motivo molto chiaro per cui Omero ci consegna una immagine dei proci totalmente detestabile: è un espediente narrativo per fare in modo che il suo pubblico non empatizzi con loro. Che non si immedesimi, che non cerchi di capirne le ragioni. Omero vuole costruire dei mostri, non dei mostri di cattiveria, che potrebbero paradossalmente avere un tratto eroico, ma mostri di mediocrità, che incarnano tutte le miserie della natura umana.
In questo modo, quando Odisseo, tornato a casa, ne farà piazza pulita in modo cruento, non perderà nemmeno un briciolo del prestigio e della simpatia che ha acquistato agli occhi del lettore.
Il pubblico dell’Odissea sceglierà di stare dalla parte di Odisseo, si immedesimerà in lui, penserà che ha fatto quello che andava fatto e che, al suo posto, avrebbe fatto lo stesso.
Omero sa che nessun uomo è completamente cattivo e nessun altro completamente buono. Per evitare che il po’ di cattivo che sta dentro i buoni e il po’ di buono che i cattivi possiedono orientino i sentimenti del pubblico, l’unica è polarizzare, esasperare, estremizzare, eliminare le sfumature, i chiaroscuri, i punti di vista soggettivi.
La vendetta di Odisseo travestita da giustizia
Odisseo consuma quella che è, né più né meno, una feroce vendetta contro i balordi che gli hanno occupato la casa, gli hanno sperperato i beni, gli hanno insidiato il trono e la moglie, a un certo punto volevano persino ammazzargli il figlio. Omero ha preparato questa scena, evidenziando l’impotenza e l’incapacità di tutti gli altri di opporsi o rimettere i proci al loro posto in modo civile.
Laerte, il vecchio padre di Odisseo, non riesce a difendere la casa del figlio e si ritira a coltivare i campi, come un contadino qualsiasi. Telemaco, l’erede legittimo al trono, è un ragazzino privo del carattere e dell’autorevolezza per far valere la sua posizione. Penelope è una donna e quindi, nella vita pubblica greca non conta nulla, poco importa che sia regina.
Nessuno può niente contro i soprusi quotidiani dei proci, è per questo che si crea l’attesa di una giustizia finale che rimetta le cose in ordine. Il fatto è che ripristinare la giustizia, nel racconto omerico, si confonde a tratti con la vendetta violenta.
Gesù, Odisseo e la storia del mondo
Omero fa quello che la narrazione culturale, la politica, i mezzi di informazione fanno anche oggi: separa il bene dal male e li mette agli opposti. Confonde il confine fra giustizia e vendetta. Così, anche il pubblico di oggi, come quello di quasi tremila anni fa, pensa che il cattivo sia cattivo irriducibilmente e si meriti il peggio e che darglielo sia giusto e doveroso. Si potrebbe concludere che in fondo questa è la natura umana, e l’uomo non cambia. Invece non è così.
Non lo è perché duemila anni fa, un uomo della Galilea ha consegnato al mondo un messaggio rivoluzionario: “amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?” Mt 5, 43-47
Gesù non nega il male nell’altro, non minimizza i torti subiti, non dice che il più forte debba prevalere. Dice una cosa molto più profonda: che l’odio e la vendetta non rendono il mondo un posto migliore.
I giudei si aspettavano un re armato, un giustiziere. Ne avevano passate tante: erano stati schiavi in Egitto, deportati e discriminati in Babilonia. Da ultimo, erano stati conquistati dai romani, a cui interessava solo riscuotere le tasse dalle province e mantenere l’ordine pubblico, anche a costo di usare il pugno di ferro. I giudei pensavano che Dio dovesse mandare loro un capo militare, aggressivo e prepotente come i loro nemici, ma più forte, che li liberasse con la spada e spargendo il sangue degli avversari.
Per questo non hanno capito chi fosse Gesù, né quanto il suo insegnamento fosse prezioso. Secondo una visione puramente umana, Gesù è un perdente. I suoi nemici, quelli che Lui ha amato, lo hanno catturato, torturato, ucciso e hanno vinto, ottenendo l’obiettivo di eliminarlo. La giustizia non ha trionfato, i più prepotenti e senza scrupoli hanno avuto la meglio. Ma allora, il cristianesimo è una religione da perdenti?
Odisseo aveva torto
Non sarebbe più furbo e più utile armarsi e combattere? Se la prospettiva è quella del singolo, del breve termine, del risultato immediato, allora il cristianesimo e il suo messaggio di amore, perdono e accoglienza può sembrarci perdente. Certo che la resa dei conti, la vendetta, l’occhio per occhio ci fa sentire di aver restituito il male ricevuto, magari con gli interessi.
Ma se la prospettiva è quella della storia umana, allora il messaggio cristiano è di una potenza dirompente. Il cristianesimo può far apparire il singolo uomo meno forte rispetto ai prepotenti, ma poi crea una cultura di amore, fratellanza e umanità, che cambia il mondo.
Anche se Gesù ha perso la vita, il Suo insegnamento agli uomini ha superato la legge del taglione e le vendette. Ha vinto e ha creato la civiltà.
