La lezione della giungla

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URBANO II

Nel cuore dell’XI secolo, quando la cristianità europea è attraversata da conflitti, fame,

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Quando la giungla è lo specchio del mondo

Si è appena conclusa la seconda edizione di un reality molto controverso, che ha come teatro la giungla. Io di solito non vedo i reality, e nemmeno la televisione. Non per snobismo, intendiamoci. E’ che i pretendenti al telecomando, a casa mia, sono piuttosto numerosi, e il mio turno arriva molto raramente e in orari in cui già dormo da un bel po’. Ma questo l’ho visto, perché le mie figlie si erano appassionate già alla precedente stagione.

Se non lo avete visto, ve lo racconto, senza spoiler. Promesso. Lo so che forse non lo vedrete mai. Neanche io, in condizioni normali, lo avrei visto. E tuttavia, l’ho trovato utile per fare delle riflessioni sulla vita.

Money Road mette dodici persone dentro una giungla e lascia che il vero terreno di scontro diventi la coscienza.

La giungla è il luogo. Allo stesso tempo è una metafora sorprendentemente trasparente. È la vita quando spariscono le comodità e tutte le norme etiche rischiano di essere messe in discussione. Nella giungla dell’esperimento resta una domanda essenziale: che cosa conta davvero?

Il denaro, le tentazioni, l’antico gioco della vita

I concorrenti devono trascorrere dodici giorni nella giungla, in condizioni climatiche estreme, facendo faticosi trekking, mangiando poco e male. Durante tutto il percorso, però, vengono offerti loro dei comfort: cibo migliore, notti in hotel, massaggi, parrucchiere, beni di prima necessità. Nel programma si chiamano tentazioni. Esiste un budget comune destinato al premio finale. Ogni volta che qualcuno cede a una tentazione, una parte di quel patrimonio evapora. Un pasto migliore, una comodità, un privilegio, un piccolo lusso. Il beneficio è individuale. Il conto arriva a tutti.

Ogni scelta personale pesa sul gruppo. Ogni desiderio ha un prezzo. Ogni gratificazione individuale riduce il patrimonio comune. In queste situazioni che, più che mai, si scontrano gli interessi dei singoli, con quelli del gruppo. L’interesse del gruppo sarebbe mantenere il patrimonio più intatto possibile, ma ci sono persone per cui questo obiettivo passa in secondo piano, di fronte alle tentazioni. Fra le tentazioni, esiste anche la possibilità di sottrarre parte del budget comune e farselo trasferire su un conto personale, traendo vantaggio, a spese di tutti.

La giungla, a quel punto, non è più fatta di alberi. È fatta di una lotta antica fra etica e desiderio, fra coscienza ed egoismo.

La giungla come metafora della vita senza etica

È facile riconoscere una dinamica che appartiene anche alla vita quotidiana.

Ogni società persegue un bene comune. Fiducia, sacrificio, responsabilità, disponibilità a rinunciare a qualcosa perché anche gli altri possano stare meglio. Quando il patrimonio comune smette di essere percepito come un bene da custodire, diventa un bancomat dal quale ciascuno preleva ciò che gli conviene. Senza preoccuparsi degli altri.

Il denaro, grande motore del gioco, porta semplicemente alla luce la tempra morale, la generosità, la solidarietà e il rispetto di ciascuno. Esattamente come accade, in scala più grande e più complessa, nella vita.

In questo contesto, emergono i concorrenti che considerano i propri desideri prioritari. Anche a costo di andare a scapito del gruppo. Puntata dopo puntata, abbiamo visto qualcuno mentire, manipolare, agire in modo irresponsabile, pur di ottenere un guadagno. Talvolta un guadagno irrilevante e rinunciabile: un caffè, una brioche, un balsamo per capelli. Abbiamo visto chi sottraeva denaro dal patrimonio comune, per tenerlo per sé, e affermava di non averlo fatto. Sono andate in scena recriminazioni, liti, dispetti e conflitti, intorno alla decisione di cedere o no a qualche tentazione.

La giungla malese è diventata il luogo metaforico in cui gli uomini possono abbandonare ogni etica e ogni responsabilità e comportarsi in modo completamente egoista, cedendo a ogni tentazione.

La vittoria degli ingiusti

Come nella precedente edizione, chi ha mentito e ha pensato soprattutto a sé stesso, è tornato a casa con una fetta di montepremi più alta, rispetto a chi ha pensato al bene comune e deciso di non approfittare di nessuna occasione. Una vittoria degli ingiusti che ci è sin troppo familiare, per come le cose vanno spesso nel mondo. Nessuna giustizia, nessun meccanismo che intervenisse a salvaguardare i più deboli, o semplicemente i più onesti. Quando a prevalere è la legge della giungla, vincono i più prepotenti.

Non a caso, la regola del reality è: Nessun giudizio, solo scelte e conseguenze. E’ precisamente eliminando il giudizio, ovvero l’idea di una giustizia superiore, che compensi gli abusi degli uomini e ripristini la verità, che rende il programma quello che è: una dinamica in cui si pensa solo all’oggi, perché non c’è speranza in un appello, in un tribunale divino, in un’autorità morale che premi o punisca le persone, in base alla loro condotta.

Se non esiste Dio, se non c’è verità, né giustizia, allora vincono sempre i più furbi, i più disonesti, i più cinici.

“Niente giudizio. Solo scelte e conseguenze.”

Suona moderna. Sembra liberatoria. In realtà, mostra con chiarezza come la mancanza di giudizio etico, di un riferimento di bene e di male, trascini l’umoanità nell’abisso.

Se nessuno giudica, la domanda smette di essere “è giusto?” “è bene?” e diventa semplicemente: “mi piace?” “mi conviene?”.

Il limite non nasce più dalla coscienza. Nasce dalla decisione di rinunciare a qualcosa o concedersela.

La giungla fa trionfare i più spregiudicati

Alla fine del percorso, i concorrenti più egoisti sembrano spesso quelli che hanno ottenuto di più.

È un epilogo coerente con il gioco.

Chi pensa soltanto a sé parte avvantaggiato quando ogni scelta viene misurata esclusivamente in termini di utilità personale. L’altruismo costa. La lealtà costa. La fedeltà al gruppo costa.

L’egoismo, almeno nell’immediato, rende.

È una fotografia che inquieta proprio perché appare familiare.

La domanda che resta fuori campo

Money Road si presenta come un reality. In realtà propone una domanda antica quanto l’uomo.

Che cosa succede quando il desiderio materiale diventa il criterio con cui valutare ogni scelta?

La risposta arriva puntata dopo puntata. Il patrimonio comune è terreno di scontro. La fiducia si sgretola. I rapporti si trasformano in alleanze provvisorie. La verità diventa negoziabile. L’altro conta finché è utile.

La giungla resta sullo sfondo. Quella vera prende forma dentro le persone.

Ed è forse questo il motivo per cui il programma continua a far discutere. Non racconta dodici concorrenti alle prese con un montepremi. Racconta una società che rischia di smarrire il senso del “noi” ogni volta che l’“io” diventa l’unica bussola.