Va’ dove ti porta il cuore. Ma anche no

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URBANO II

Nel cuore dell’XI secolo, quando la cristianità europea è attraversata da conflitti, fame,

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«Se ti fa star bene, hai fatto bene», recita una canzone di enorme successo. La cantano i ragazzi, la ascoltano le mie figlie e, a giudicare dalla frequenza con cui questa filosofia compare nei discorsi quotidiani, sembra ormai il nuovo catechismo laico dell’Occidente.

Non è un verso destinato a entrare nella storia della poesia. Più che altro è uno slogan. Una specie di istruzione per l’uso dell’esistenza: se una cosa ti fa stare bene, allora è giusta. Caso chiuso.

Eppure la domanda resta lì, ostinata come una zanzara in una notte d’agosto: siamo davvero così bravi a riconoscere il nostro bene?

Davvero basta una sensazione piacevole per certificare che una scelta è buona? È tutto così immediato? Così semplice? Così veloce?

Sul serio l’essere umano possiede, nella dotazione di serie, insieme ai piedi piatti, alla miopia, alle allergie primaverili e al talento calcistico distribuito in modo scandalosamente diseguale, anche un infallibile radar morale incorporato? Un meccanismo interno che distingue automaticamente il bene dal male, purché ci si concentri un attimo e si ascolti il proprio cuore?

A sentire molti, sì.

Và dove ti porta il cuore: un imperativo

Viviamo immersi in un coro incessante di inviti ad assecondare le emozioni, seguire l’istinto, dare retta alla pancia, fidarsi delle vibrazioni positive. «Senti cosa ti dice il cuore». «Ascolta te stesso». «Fai quello che ti fa stare bene».

Consigli esistenziali che ormai hanno la forma di un unico slogan: va’ dove ti porta il cuore. L’imperativo categorico del nostro tempo.

La filosofia? Troppo complicata.

La morale? Antiquariato.

La ragione? Un accessorio vintage.

Vecchiume che andava bene per i nonni. Reperti di un’epoca superata,quando ancora si scrivevano lettere e si sviluppavano fotografie.

L’uomo contemporaneo, ci assicurano, possiede già dentro di sé tutte le domande e tutte le risposte. Può costruire la propria identità come un mobile Ikea: apri la scatola, spargi i pezzi sul pavimento e procedi.

Personalmente, io i mobili Ikea riesco a montarli storti perfino seguendo le istruzioni. Figurarsi la vita.

Eppure, oggi ci diciamo che non ci serve una guida, delle istruzioni, delle regole o degli esempi.

La teoria è seducente perché è semplice. Il problema è che funziona più o meno come la dieta dei tre giorni: promette molto e mantiene poco.

La trappola dell’istinto

Infatti, di tutta questa felicità e auto realizzazione in giro non c’è traccia. Invece, ci sono tante persone che hanno seguito il cuore e si sono schiantate contro la realtà.

Hanno scambiato l’intensità di un’emozione per la verità.

Hanno confuso il desiderio con il bene e preso l’entusiasmo come una garanzia.

E poi sono rimaste sorprese quando il conto è arrivato.

C’è chi lascia il coniuge per una passione travolgente che sembrava destinata a durare per sempre e invece dura meno della lista dei buoni propositi fatta a gennaio.

C’è chi abbandona ogni sicurezza per inseguire un sogno che pareva una idea geniale e invece si è rivelata solo una trovata di marketing.

C’è chi firma contratti che non può sostenere, accumula debiti per acquistare ciò che desidera subito, intraprende avventure più grandi delle proprie forze, tutto in nome di quella sensazione irresistibile che gli dice: «Vai. Fallo. Ti farà stare bene».

E per qualche giorno, magari, sta davvero bene.

Poi arriva il mutuo.

Poi arriva la realtà.

Poi arrivano le conseguenze.

E a quel punto la domanda è sempre la stessa: cosa è andato storto?

Lo si chiede agli amici. Se ne parla con psicoterapeuta, che però, spesso non ha risposte, ma solo altre domande.

Lo scontro con la realtà

Com’è possibile? Si chiede il malcapitato.

Ho seguito ciò che sentivo.

Ho ascoltato il cuore.

Ho seguito l’istinto.

Ho fatto tutto quello che mi rendeva felice.

Eppure eccomi qui.

La cosa curiosa è che questa crisi non è affatto nuova.

Ce la racconta già San Paolo, duemila anni fa.

Anzi, la racconta ai Romani, ma vale pure per noi.

Paolo spiega perché andare dove ti porta il cuore non rappresenta necessariamente il nostro bene. E lo scrive senza aver mai visto Instagram, senza conoscere le app di incontri, senza aver sentito parlare di crescita personale, trading online o acquisti a rate in centordicimila comode mensilità.

Eppure sembra descrivere il nostro tempo.

Nella Lettera ai Romani osserva che molti uomini e donne, convinti di essere sapienti, finiscono in realtà per diventare stolti. Scrive infatti:

«Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti» (Rm 1,22).

Il problema, spiega Paolo, è che l’uomo sostituisce Dio con qualcos’altro. Con un desiderio. Con una passione. Con un’ambizione. Con sé stesso.

È il meccanismo dell’idolatria, che non consiste soltanto nell’inginocchiarsi davanti a una statua. Oggi gli idoli hanno spesso un aspetto più elegante: il successo, l’autorealizzazione, il piacere, l’approvazione degli altri, la propria immagine.

Per questo Paolo denuncia coloro che «hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore» (Rm 1,25).

Sembra scritto ieri.

Perché i desideri sono sempre cattivi. Diventano cattivi quando vengono promossi a guida suprema dell’esistenza. Quando ciò che voglio prende il posto di ciò che è bene.

Va’ dove ti porta il cuore ti porta fuori strada

Paolo torna sull’argomento anche nella Lettera ai Galati. Qui il linguaggio è ancora più diretto:

«Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne» (Gal 5,16).

Naturalmente San Paolo non sta proponendo una dieta vegetariana.

Il desiderio della carne riguarda quella parte di noi che cerca gratificazione immediata senza interrogarsi sulle conseguenze.

Paolo passa quindi all’elenco delle cosiddette opere della carne:

«Fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere» (Gal 5,19-21).

A ben guardare, non è soltanto un catalogo di vizi antichi. È la fotografia di ciò che accade quando l’uomo trasforma i propri impulsi nel criterio ultimo delle sue scelte.

Le opere della carne sono proprio la proiezione di quegli istinti seguiti soltanto per stare bene, per ottenere gratificazione immediata, per sperimentare una pioggia di dopamina e fiumi di adrenalina, qualunque sia il prezzo.

Ma Paolo non si limita a dire cosa non fare. Come ogni buon maestro, indica anche l’alternativa. Subito dopo, infatti, descrive il frutto dello Spirito: «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22-23).

Notate l’ultimo elemento: dominio di sé.

Una virtù che oggi gode della stessa popolarità del fax e delle cabine telefoniche, ma che Paolo considera indispensabile per una vita davvero libera.

Perché la libertà non consiste nel fare tutto ciò che si desidera. Consiste nel non diventare schiavi dei propri desideri.

San Paolo aveva già spiegato tutto.

Parlava di noi, senza conoscerci.

Parlava dell’eterna tentazione umana di confondere il desiderio con il bene, la sensazione con la verità, la creatura con il Creatore.

Ci avverte.

Poi la scelta resta nostra.

Ma almeno una cosa ora la sappiamo.

«Va’ dove ti porta il cuore».

Suona bene, ma non funziona.

Ti porta il cuore

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