La disabilità fa schifo?

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URBANO II

Nel cuore dell’XI secolo, quando la cristianità europea è attraversata da conflitti, fame,

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Ho letto vari interventi sui social, che avevano tutti come messaggio chiave: “la disabilità fa schifo, per questo molte famiglie non vogliono figli disabili”.

Vale per la disabilità come pure per le malattie (c’è chi dice: le malattie fanno schifo, sarebbe più giusto permettere il suicidio assistito a chi è malato).

L’idea da cui si parte è che il disabile (o il malato) abbia qualcosa in meno e che quindi anche la sua vita sia meno completa, meno dignitosa, in sostanza, meno felice di quella degli abili e dei sani.

E le famiglie vogliono la felicità dei loro cari, giusto?

Potrebbe sembrare una scomoda verità, invece è una colossale bugia.

Nascere sani non è garanzia di felicità

L’abilità non è una condizione di somma perfezione, in cui si gode di completa e assoluta felicità.

La vita può essere piena di problemi, dolori e fatiche, anche se si è perfettamente abili.

Ci sono persone nate abili, che poi cominciano a drogarsi, a bere, che si tolgono la vita. Persone a cui non mancherebbe nulla, che riescono a vivere vite disastrose e rendersi infelici.

Eppure, secondo il ragionamento da cui siamo partiti, la loro condizione non “faceva schifo”.
Se non faceva schifo, come mai non hanno ottenuto il pacco dono di una esistenza perfetta, ideale, felice?

Percezioni sulla disabilità

Disabilità e malattie sono sempre esistite, anzi, oggi i malati, i disabili e le loro famiglie hanno molti strumenti in più rispetto al passato. C’è più conoscenza medica, più terapie di supporto, una maggiore comprensione delle necessità fisiche e psicologiche.

Eppure, oggi, molto più che in passato, c’è la percezione che disabilità e malattie gravi siano inaffrontabili, che la loro gestione ecceda la capacità umane, che l’unico vero rimedio (il migliore in assoluto) sia eliminare la disabilità (o la malattia) assieme al disabile.

Io la capisco la fatica (in parte la vivo) ma tutto l’impianto ideologico, quello sulle vite degne di essere vissute, sullo schifo di certe condizioni e solo di quelle (le altre sono una meraviglia), la dignità dimezzata, quelle proprio non le capisco.

Non è cambiata la condizione umana, è cambiato il modo in cui la guardiamo.

È cresciuta la nostra idea (falsa) di essere arbitri di ogni situazione. È venuta meno la nostra capacità di accettare che la vita è quella che è, e come tale va accettata e vissuta al meglio.

Eh, ma non è la vita che avrei voluto! Certo, ma quella chi ce l’ha? Io mi sognavo Barbie astronauta, e invece guardami adesso!

La felicità non è un obiettivo

Se ci diciamo che la disabilità o la malattia fanno schifo, non ci stiamo dando la possibilità di essere felici. La felicità è quella cosa che arriva inaspettatamente, anche in quei momenti di melma, che più di melma non potrebbero essere.

La felicità ti sorprende con effetti speciali. La felicità non è un obiettivo, è una conseguenza.

Se la felicità fosse un obiettivo, la potresti raggiungere con certezza. Basterebbe una strategia, mezzi adeguati, un investimento di tempo ed energie mirato, e ci arriveresti.

Ma, dicevamo, la felicità non è un obiettivo a sé stante. Invece è la conseguenza di come viviamo ed è per quello che non basta essere giovani, belli, ricchissimi e perfetti, per essere felici.

È la conseguenza di ricordare quanto profondamente siamo amati e di amare questa vita e questo posto nel mondo che ci è stato dato. Nel considerarlo un dono e non una botta di sfiga. Di accoglierlo, senza porre condizioni.

Il senso di vivere con una disabilità


Se ci siamo, se siamo qui, se siamo come siamo, non un è caso e non c’entra con la fortuna.

Questo non elimina nessuna fatica e non ti toglie nessun dolore, ma gli dà un senso.
Forse lo capiremo più avanti, il senso, o forse non lo capiremo mai.

Non ci viene chiesto di capire tutto, o di raddrizzare e livellare il sentiero, ma solo di fidarci e percorrerlo fino in fondo.

Ci saranno momenti in cui il sentiero è ripido o dissestato. Ci saranno momenti in cui rallentiamo o ci fermiamo.

Ci saranno momenti in cui avremmo voluto piuttosto un’autostrada a sei corsie, deserta e in rettilineo, da percorrere in SUV, invece di sto budello di sterrato, da fare a piedi.

Ma sappiamo che all’arrivo ci sarà un punto di ristoro e ricchi premi e ricompense, che manco quando fai la mezza maratona e al traguardo gli sponsor ti danno la merenda e un sontuoso pacco gara.

Se perdiamo questa fiducia, allora sì che abbiamo perso tutto.

Coltivare la speranza

Certo che percorrere questa strada sarà difficile, ma ne vale la pena. Se ci priviamo della possibilità di vivere vite imperfette, non capiremo mai la capacità che hanno di renderci felici.

Se invece ci fidiamo solo di noi stessi, e decidiamo di interrompere vite che non ci appartengono (anche quando sono le nostre), perché pensiamo di poter scrivere un finale migliore, di avere un piano più brillante di quello di Dio, allora il senso lo perdiamo davvero. E ci rimane solo la disperazione.

È per questo che essere credenti aiuta, e il mondo, assieme alla fede, ha rinunciato anche alla speranza.

E lo so che Maria, con quel suo: “sia fatto di me secondo la tua parola” ha alzato parecchio l’asticella per noi credenti, ma proviamo a fidarci, invece di giudicare che ci sia stato assegnato “uno schifo” e che ci sia un errore, una fregatura, un difetto di fabbricazione, e che tocca a noi rimediare, visto che l’assistenza clienti del cielo non risponde mai e ti lascia in attesa.

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