Quando la realtà si avvicina alla fantascienza
Oggi ho cercato nel mercato on Line dei libri usati questo titolo. Forse non vi dirà molto, è un libro di fantascienza per le scuole medie. Ai tempi, si adottava un libro che veniva letto durante l’anno.
L’anno precedente la scelta era caduta su “Il Gattopardo”, che mi era piaciuto moltissimo. Quell’anno (credo fosse l’83 o l’84), la prof di italiano selezionò una raccolta di racconti di fantascienza, di autori vari.
Non avevo mai letto fantascienza, non mi attraeva. Tutt’ora non la amo. Di quel libro ricordo racconti inverosimili, ambientati in un futuro a volte distopico e a volte semplicemente inaspettato.
In questi giorni mi è tornato in mente uno di quei racconti, che a suo tempo giudicai paradossale e oggi trovo quasi profetico.
Il mio primo incontro con la fantascienza
Il libro si intitola: L’esame (The Test) di Richard Matheson ed è stato scritto nel 1954.
La storia è ambientata in un ipotetico futuro in cui gli anziani che non dimostrano più di essere efficienti vengono eliminati. La società è dominata da un efficientismo che ha deciso che chi non è perfettamente lucido non è degno di vivere.
Per accertare che gli anziani abbiano i requisiti minimi necessari a giustificare la loro esistenza, gli anziani vengono sottoposti a dei test periodici. Chi fallisce il test, viene eliminato.
Io protagonista della storia è Tom Parker, un ottantenne che dovrà anche lui sostenere di lì a poco il famoso test.
Il figlio Les lo aiuta a prepararsi, e sperimenta tutta la fatica che comporta interagire con una persona anziana.
Si capisce che è combattuto tra l’affetto per il padre e il peso che la sua presenza rappresenta per la famiglia. A un certo punto pensa qualcosa del tipo (cito a memoria): “per amarlo bisognava guardare non com’era in quel momento, ma ricordare come era stato”.
In questa singola frase c’è tutta la fatica, il dolore e la solitudine di chi vede invecchiare i propri cari, e deve attingere a tutto l’amore e l’empatia del rapporto, per non essere sopraffatto.
Un futuro prossimo?
L’anziano Tom sembra confuso, smemorato e destinato al fallimento. Il figlio vede le sue difficoltà e tenta inutilmente di aiutarlo.
Il finale è terribilmente amaro (ve lo spoilero, sia per onorare la mia fama di regina dello spoiler, sia perché il libro è ormai introvabile e invece dovrebbero leggerlo tutti, rimetterlo come lettura a scuola).
Tom intuisce lo stato d’animo del figlio e capisce di essere diventato un peso per chi ama.
Nel finale emerge che Tom è molto più lucido di quanto tutti credano, per lo meno nel comprendere i sentimenti di chi lo circonda.
Tom accetta deliberatamente di fallire il test e morire, per alleviare il figlio e la sua famiglia della sua presenza.
L’uomo si toglie di mezzo da solo, quando capisce che tutto l’amore di suo figlio non basta a superare la difficoltà di gestire un padre anziano e le sue situazioni problematiche.
Quando la realtà si avvicina pericolosa alla fantascienza
La storia mi aveva turbata, ma, quarant’anni fa, mi sembrava incredibile, paradossale.
Oggi ne sono altrettanto sconvolta, ma mi appare molto meno irreale di allora. Cosa è cambiato, da allora? È venuto meno il senso della famiglia, della comunità, la solidarietà fra le generazioni. Soprattutto, il valore della vita è sempre più relativo.
La vita è considerata un bene disponibile, qualcosa che è accettabile finché rispetta le aspettative, alcuni criteri -sempre relativi- che la renderebbero dignitosa e degna di essere vissuta.
Se tutti questi requisiti non sono soddisfatti, allora la vita, la propria o quella altrui, è rinunciabile, discutibile, eliminabile.
In un’epoca efficientista e consumista come la nostra, basta poco per scendere sotto la soglia di accettabilità della vita: una malattia, una disabilità, la riduzione dell’autonomia, un seppur naturale deterioramento, come è quello dell’invecchiamento.
Foreve Young
Viviamo metà della vita a considerarci immortali e giovani in eterno, e il resto della vita a lottare per accettare che nessuna delle due cose è possibile.
In un contesto come questo, ciascuno vuole bastar me a sé stesso e non dovete nulla a nessuno. Se qualcuno ha bisogno di noi, diventa un peso, un limite alla nostra libertà. Siamo terrorizzati dall’idea di dare, donare gratis, concedere senza contropartita immediata.
Poco importa che colui a cui diamo ci abbia a sua volta dato molto, che ci ami, che faccia parte della nostra storia come nessun altro. La nostra cultura considera uno scarto chi non contribuisce positivamente all’economia. Eppure c’è una epoca della vita per dare è una per ricevere.
Il problema è che questo approccio viene interiorizzato anche da chi è fragile, che si sente un peso e, in un atto estremo e disperatissimo di generosità, accetta di togliersi di mezzo, pur di non far soffrire chi ama.
In questo mondo così spietato da essere simile ai più distopici racconti di fantascienza, c’è solo una voce che va controcorrente. Quella che ricorda che la pietra scartata può diventare la pietra angolare, su cui costruire una comunità universale.
