Dare la vita per chi si ama

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URBANO II

Nel cuore dell’XI secolo, quando la cristianità europea è attraversata da conflitti, fame,

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Dare la vita, senza rumore

Nella comunità la chiamavano tutti suor Nadir. Quarantacinque anni, il sorriso di chi non ama stare al centro della scena e la calma di chi, anche nelle giornate più storte, riesce a non alzare mai la voce.

Viveva a San Giovanni La Punta, nella comunità delle Carmelitane Messaggere dello Spirito Santo, tra catechismo, parrocchia, faccende quotidiane e quella presenza discreta che spesso tiene insieme le comunità senza fare notizia.

Poi il mare, all’improvviso, trasforma una giornata normale in qualcosa che nessuno riesce ancora a raccontare senza fermarsi a metà frase.  

Il mare agitato e quella corsa verso le altre

Succede tutto a Vaccarizzo, sul litorale catanese. Le suore passeggiano vicino alla battigia. Il mare però è mosso.

Le onde si alzano. Tutto cambia in pochi istanti. Secondo le prime ricostruzioni, alcune religiose finiscono in difficoltà tra correnti e fondali irregolari. Suor Nadir non resta a guardare.

Entra in acqua insieme a un’altra consorella per aiutare chi sta annaspando. Riesce a spingere le altre verso riva. Lei invece non torna più indietro. Ingerisce acqua, perde le forze, scompare tra le onde. I soccorsi arrivano subito, ma non basta.  

Dare la vita è una vocazione

“Era fatta così: correva dove c’era bisogno”

Chi la conosce parla soprattutto di questo: la naturalezza del suo modo di stare accanto agli altri. Nessun eroismo costruito, nessuna posa da santino. “Era una presenza buona”, racconta la comunità parrocchiale di San Giovanni Battista.

Ricordano: “la sua dedizione all’Istituto, alla Chiesa e alla missione”. Parole sobrie, quasi trattenute, che però descrivono bene una donna abituata a mettersi in moto prima ancora che qualcuno chiedesse aiuto.  

Sui social della diocesi e della parrocchia compaiono fotografie semplici.
Una giovane donna venuta da lontano, dal Brasile, perfettamente a suo agio nella sua comunità in Italia. Un vero spirito di fratellanza, il volto aperto, lo sguardo sereno. Immagini normali. Ed è forse proprio questo che colpisce di più. Non la figura lontana dell’“eroina”. Piuttosto una religiosa che fino al giorno prima organizza attività, incontra persone, vive la routine di una comunità di periferia.  

Pochissimi giorni fa abbiamo celebrato le mamme, tuttavia, suor Nadir dimostra che ci sono molti modi di vivere una vocazione d’amore. Molti modi di dare la vita per gli altri, per chi si ama, che ci sia o no un legame di sangue, o una fraternità spirituale.

Dare la vita come Gesù

Nel Vangelo di Giovanni c’è una frase che in queste ore torna continuamente tra i fedeli della comunità: “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”.

Di solito la si ascolta in chiesa e scivola via tra tante altre parole. Stavolta no. Stavolta prende il volto di una donna che vede le proprie consorelle in difficoltà e si butta in acqua senza fare calcoli. Non è il gesto spettacolare di chi vuole dimostrare qualcosa. È quasi il contrario: l’istinto di chi pensa prima agli altri e solo dopo a sé stessa.

Il silenzio dopo la notizia

A San Giovanni La Punta, il funerale viene fissato nella Chiesa Madre, celebrato dall’arcivescovo Luigi Renna. La comunità si stringe attorno alle consorelle ancora sotto choc. Qualcuno porta fiori, altri semplicemente restano lì, in silenzio. Perché ci sono storie che non hanno bisogno di effetti speciali.

Basta una spiaggia, il mare mosso di maggio e una donna che, davanti al pericolo, sceglie di andare verso chi sta affondando.  

Dare la vita