Oggi è la festa della mamma. Da qualche anno, mi capita di affrontare questa ricorrenza con disagio. Come per l’8 marzo, Pasqua, Natale, San Valentino, va in onda un rituale in cui il consumismo si appropria della festa e la omologa, svuotandola di significato.
Anche in questa ricorrenza si monta un baraccone consumistico, un calderone di messaggi promozionali e operazioni commerciali che ci distraggono dall’unica cosa che conta davvero: riflettere sulla maternità.
La festa della mamma come rito del mondo
Il punto è che siamo bravissimi a celebrare la maternità come simbolo e molto meno allenati a comprenderla e sostenerla nella realtà.
E così la Festa della Mamma rischia di diventare l’ennesimo rito in cui ci sentiamo a posto per qualche ora. Un pensiero, un regalino, una foto di famiglia e la missione è compiuta. Avanti con la vita di prima, senza farsi troppe domande.
Domande difficili, persino scomode, ma necessarie.
La maternità oggi
Oggi sempre meno giovani donne diventano madri. Talvolta è una scelta, altre volte una dolorosissima necessità. Sarebbe superficiale dare colpe, biasimare, criticare.
La verità è che intorno alla maternità ci sono pochi messaggi autentici e sinceri.
Non mi piace quella retorica zuccherosa che dipinge le mamme come supereroine, perfette in tutto, efficienti. Sempre sorridenti, puntuali, organizzate.
Mamme da paura e che fanno paura, ci regalano un insuperabile senso di inadeguatezza.Credo che gioverebbe alla riflessione sulla maternità liberarci sia della retorica che dei modelli irraggiungibili e ammettere che si può essere imperfette eppure mettercela tutta, e, anche se rincorrendo la quotidianità si perde qualche pezzo, quel che conta è arrivare al traguardo.
E il traguardo non è essere madri da rivista patinata o da spot televisivo, ma educare (insieme ai padri) alla responsabilità, correggere con dolcezza, guidare con amore.
Non mi piace neanche l’altra faccia della medaglia intorno alla maternità: quella che la dipinge come annullamento di sé e continuo sacrificio. Diciamocelo: un ritratto simile della maternità non è per nulla attraente. Fa venire voglia di scappare a gambe levate.Cosa non si dice nel giorno della festa della mamma
Non si fa la mamma: lo si è. Sempre e per sempre.
La maternità non è una carriera o un mestiere. Non ci sono orari, vacanze, sabati o domeniche. Non si può staccare la spina, scioperare dimettersi. Non si può cambiare famiglia, rinegoziando impegno. Soprattutto, non c’è alcuna retribuzione materiale.
In un’epoca in cui tutto ha valore nella misura in cui produce denaro e ricchezza, è difficile far comprendere il valore di una scelta che non si fa per interesse, non porta vantaggi personali e non rende ricchi e famosi.
Il mondo non ama le madri: fare posto a qualcun altro riduce il potere d’acquisto, il tempo dedicato alla cura di sé, sposta il baricentro da noi stesse a un’altra creatura (o più di una).
L’altruismo, la generosità, l’amore incondizionato non vendono, non fanno hype, non generano engagement.
Un esempio d’amore più grande
Ma allora, tutta sta fatica, chi ce la fa fare? È questa la domanda centrale, quella da cui far partire una narrazione meno retorica, meno trionfalistica e più sincera.
Siamo madri non perché siamo masochiste, ma perché amare ed essere amati è ciò che dà davvero senso alla vita, quello che ci fa sentire persone di valore, che realizza la nostra umanità in modo profondo. E l’essere umano è affamato di senso.
Qualunque cosa ci dica la pubblicità, valere non vuol dire comprare un rossetto o una borsa alla moda, ma donare e ricevere quello che non si vende, non si compra, non si crea dal nulla, ma si costruisce ogni giorno, accettando di mettere davanti chi amiamo e lottare per il loro bene.
Non necessariamente una lotta cruenta, ma sicuramente una tensione verso il bene. E per tutto questo non servono corsi, allenamenti, coach.
Basta il riflesso di un amore grande, generoso e incondizionato, che tutti riceviamo indistintamente.
L’amore di Gesù, che, come ci ricorda San Paolo, è morto per noi quando ancora eravamo peccatori (e quindi sempre) e di sua madre, lei sì, esempio di maternità senza slogan, tutto sostanza e niente apparenza, che ha saputo custodire in silenzio, nel suo cuore, il dono immenso dell’amore, senza nemmeno bisogno di un gadget, di una cena romantica, di un lavoretto dell’asilo.
