Noelia e’ morta e abbiamo perso tutti

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URBANO II

Nel cuore dell’XI secolo, quando la cristianità europea è attraversata da conflitti, fame,

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Noelia Castillo Ramos aveva 25 anni, e’ morta ieri. E, con la sua morte, abbiamo perso tutti.

Qualcuno ancora ritiene che l’eutanasia dei fragili sia una scelta di liberta’ e dignita’, ma questa spiegazione non mi convince.

La vita breve e dolorosa di Noelia si e’ conclusa ieri, in una struttura sociosanitaria di Sant Pere de Ribes, vicino a Barcellona. Non una morte naturale, ma dovuta all’eutanasia autorizzata dalla legge spagnola. 

La mentalita’ corrente considera liberta’ e progresso il poter morire, se la propria vita e’ imperfetta, fragile, dolorosa. La morte della ragazza e’ stato il risultato di due anni di battaglie legali, ricorsi e sentenze. Il padre aveva tentato fino all’ultimo di fermare la procedura. Riteneva, e io sono d’accordo, che la figlia non fosse davvero nelle condizioni di decidere liberamente per la propria vita, a causa di disturbi psichiatrici e di una oggettiva esistenza molto dolorosa.

I tribunali spagnoli e, infine, anche la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno però confermato la possibilita’ di ricorrere all’autanasia.

Ma prima di diventare un caso giuridico e politico, quella di Noelia è la storia di una ragazza segnata da traumi profondi.

Una vita segnata da violenze e fragilità

Noelia nasce a Barcellona nel 2000. La sua infanzia non è semplice. Da adolescente vive per alcuni anni in strutture di assistenza sociale, dopo che la famiglia attraversa gravi difficoltà. 

Fin da giovane convive con disturbo borderline della personalità e disturbo ossessivo-compulsivo.

Poi arrivano le ferite più dure.

Nel 2022 subisce diverse violenze sessuali: una da parte di un ex compagno e violenze di gruppo.

Travolta dal trauma, Noelia tenta il suicidio lanciandosi dal quinto piano di un edificio. E questo gia’ dovrebbe far riflettere sulla situazione di profonda fragilita’ della ragazza. Il tentato suicidio e’ sempre un segnale forte di dolore, di solitudine, di disperazione.

Noelia sopravvive, ma riporta una lesione alla colonna vertebrale che la rende paraplegica. 

Una sofferenza fisica che si somma a quella psicologica. Un dolore cosi’ grande, che le fa guardare il futuro con terrore. Noelia non vuole piu’ vivere: quello che prova le sembra insormontabile, una cosa troppo piu’ grande di lei.

La richiesta di morire

Cosa fa una persona che si sente sola, che sta male, che non si sente amata, protetta, incoraggiata? Cosa fa chi non trova la forza di riannodare i fili della propria vita?

Nel 2024 Noelia presenta formalmente domanda per l’eutanasia. Lei che non puo’ avere una buon vita, si convince di desiderare una buona morte. 

Le commissioni mediche valutano il caso. Le diagnosi parlano di dolore cronico e condizioni irreversibilii. Indubbiamente la sua vita, la sua salute, la sua condizione psicologica non sono ideali. Ma quando una vita imperfetta smette di meritare di essere vissuta?

Il padre si oppone, ne scaturisce una lunga battaglia legale che per oltre 600 giorni il caso attraversa tribunali, appelli e ricorsi. 

Alla fine, arriva la decisione: Noelia ha il diritto a ottenere l’eutanasia. E con la sua morte, abbiamo perso tutti. Noi che giustifichiamo come libera scelta altrui, la nostra incapacita’ di difendere le persone fragili.

Il 26 marzo, i medici avviano il protocollo: prima la sedazione profonda, poi il farmaco che arresta il cuore. Noelia muore poco dopo. 

La domanda che resta

Caso Chiuso? Problema felicemente risolto? Se una persona malata diventa un problema, e la sua morte ci solleva, forse dovremmo riflettere un attimo sul valore della vita e sull’amore.

E’ innegabile che Noelia avesse alle spalle anni di sofferenze, soprusi, dolore.

Una giovinezza segnata da violenze sessuali.

Una sofferenza psichica documentata.

Un tentativo di suicidio alle spalle. Tutto vero. Ma e’ abbastanza? E’ abbastanza per decidere che basta cosi, che la persona va lasciata morire, se non ha la forza di andare avanti? E poi, con tanta sofferenza, coi disturbi psichiatrici, con la sua menomazione fisica, era veramente libera ed indipendente nella scelta di cosa fare di se stessa?

Oppure scambiamo la disperazione per liberta’, e ci laviamo la coscienza?

Quando una persona fragile chiede di morire, la prima domanda non è come accompagnarla alla morte, Quello e’ facile. Il difficile è aiutarla affinche’ non si senta così sola da desiderarla, da considerarla la soluzione migliore per se’ stessa.

Perché spesso chi chiede di morire sta dicendo un’altra cosa. La sua e’ una ultima, disperata richiesta di attenzione. Ci dice che il dolore è diventato troppo grande per affrontarlo da sola.

Libertà o abbandono?

Il dibattito sull’eutanasia viene quasi sempre presentato come una questione di libertà individuale. Ma nessuno esiste solo come individuo. Tutti siamo immersi in una vita di relazioni, di attenzione, affetto, di speranza.

Se una persona fragile arriva a desiderare la morte e la risposta della società è aiutarla a morire, la domanda inevitabile è un’altra: abbiamo davvero fatto tutto il possibile per aiutarla a vivere?

Perché esiste un rischio culturale che cresce lentamente: l’idea che alcune vite — quando diventano troppo segnate dal dolore, dalla dipendenza o dalla fragilità — valgano meno.

È quella che molti chiamano cultura dello scarto.

Eppure la verità più semplice resta anche la più decisiva: la dignità della vita non dipende dalla sua perfezione. Non dipende dalla salute. Non dipende dall’autonomia. Non dipende nemmeno dalla capacità di affrontare le difficolta’. Tutti possiamo sperimentare la paura di vivere, il senso di inadeguatezza verso le difficolta’ quotidiane, il desiderio di fuggire il dolore.

Per questo la storia di Noelia non può essere archiviata come una vicenda privata. È una storia che costringe tutti a una domanda. Una società giusta cosa fa davanti alla fragilità? Scappa? trova la scorciatoia della morte? Accetta che chi soffre non possa trovare sostegno per andare avanti?

Si puo’ affrontare la malattia, se si e’ circondati da amore, attenzione, se si conta davvero per qualcuno. Persino nelle malattie terminali, essere accompagnati con amore e rispetto rende la fine accettabile. Ma se il messaggio e’ che l’antidoto alla soffrenza sia la morte, allora pare che la vita non valga piu’ nulla.

Tutti parlano di diritto alla morte. E dimenticano il diritto vero piu’ puro, piu’ essenziale e naturale. il diritto di essere amati. Amati per come si e’, accettati con tutte le fragilita’, le limitazioni, le disabilita/

Oggi siamo tutti sconfitti. Perfino quelli che inneggiano alla liberta’ di morire.

Noelia