Il lato bello della rinuncia

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URBANO II

Nel cuore dell’XI secolo, quando la cristianità europea è attraversata da conflitti, fame,

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Ogni anno arriva la Quaresima, che diventa sinonimo di rinuncia.

Io ho evitato di ricomprare la Nutella, il mio bene rifugio per eccellenza. Di solito, una delle mie soddisfazioni a fine giornata, è affondare abbondantemente il cucchiaio in quella crema deliziosa e zuccherata. E, a volte anche prima della fine della giornata. Insomma, la nutella è il mio mai più senza. Tranne in Quaresima.

E sono già qui che sospiro mestamente, io che non ho certo l’attitudine mistica e contemplativa.

C’è chi saluta per quaranta giorni i dolci, chi decide di fare a meno della carne, chi spegne i social o la TV, chi mette in pausa aperitivi e uscite serali. Il gesto è sempre lo stesso: togliere qualcosa che piace. Un piccolo segno di penitenza.

Quaresima, nell’immaginario collettivo, fa spesso rima con rinuncia, sacrificio, privazione. Come se questi quaranta giorni fossero una parentesi punitiva, rispetto alle gioie della vita quotidiana. Un periodo in cui si stringe la cinghia dell’anima e si rinuncia a qualche gratificazione.

Una prospettiva che- diciamolo onestamente- non è così attraente. Ma se smettessimo di concentrarci su quel che manca e vivessimo la penitenza come un dono?

A nessuno piace privarsi, ma tutti amiamo fare e ricevere regali. Chi rinuncia è più povero, chi dona o riceve doni è più ricco. L’idea di rinuncia ci porta a concentrarci su noi stessi, quella del dono a concentrarci su altro.

Allora perché non trasformare i rigori della Quaresima in una opportunità?

All’improvviso la Quaresima smette di essere un esercizio di autocontrollo e assomiglia di più a un allenamento alla generosità.

Il senso della Quaresima

La Quaresima è un cammino di preparazione alla Pasqua. Ma cosa è la Pasqua davvero? Gesù è morto e risorto per noi. È meglio pensare che si sia privato della vita, o che l’abbia donata, in un gesto d’amore?

La domanda più interessante della Quaresima è: se metto da parte qualcosa della mia quotidianità, che cosa succede nello spazio che si libera? Cosa posso fare, per renderlo uno spazio fecondo per me e per gli altri?

La rinuncia smette di essere una sottrazione e diventa una possibilità. Una piccola porzione di vita che posso orientare altrove.

Non sto semplicemente togliendo. Sto decidendo dove spostare il centro.

Per quaranta giorni provo a fare un esercizio inusuale. Così, smetto di pensare alle mie abitudini, alle mie piccole soddisfazioni quotidiane, alla lista delle cose che mi fanno stare bene.

Quel tempo, quell’energia, quell’attenzione posso usarli per pregare per gli altri. Per le persone che amo, certo, ma anche per chi non entrerà mai nella mia vita. Popoli lontani, famiglie travolte dalla guerra, chi vive nella fame, chi affronta catastrofi naturali, chi soffre in silenzio.

Per i defunti, le anime del purgatorio, quelle esistenze che la fede continua ad affidare alla misericordia di Dio.

Oppure posso donare il tempo che ho liberato per confortare o aiutare qualcuno. Posso usare il denaro risparmiato in dolci o cene per fare un’opera di carità.

Quello a cui spesso non pensiamo, è che dare arricchisce e rende felice non solo chi riceve, ma anche chi dona.

Non una perdita, ma un guadagno.

Forse è questo il segreto della Quaresima: quando smetti di concentrarti su quello che lasci, ti accorgi di quello che ricevi

Rinuncia