Congelare la vita: social freezing

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URBANO II

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LinkedIn, il social professionale, parla con toni entusiasti di una start-up fondata da tre giovani imprenditrici, a Padova. La narrazione è suggestiva: trentenni, laureate, in carriera, una sera si ritrovano a fare un aperitivo e, fra uno spritz e un’oliva, ecco l’idea: creare un’azienda che offra servizi di social freezing.

Forse anche voi, come me, non nonoscevate questa parola. Il social freezing è la pratica che consente di congelare gli ovuli e posticipare la maternità. Anche in età in cui la probabilità di avere figli in modo naturale è bassa. Insomma, come tenere i piselli in frigo e poterli mangiare anche in pieno inverno, quando non è più stagione, solo che mangiare piselli a gennaio per noi ha smesso di entusiasmarvi e di sembrarci una immensa conquista di civiltà.


Congelare ovuli o verdure libera del fastidioso limite della biologia. Fateci caso: la nostra società dice di amare la natura, ma solo quando non è un ostacolo a progetti, desideri, obiettivi. Una natura da cartolina, che deve fare da sfondo alle nostre vite, senza pretendere di influenzarle.

Una natura che deve piegarsi docilmente alle nostre necessità, perché ci sentiamo padroni dell’universo.

Adesso, di questa storia di congelare gli ovuli, per avere un tesoretto di fertilità che sfidi il tempo che passa, dobbiamo parlare.

Spesso il social freezing viene descritto come una grande conquista per le donne. Leggiamo che è empowering. Empowering è un’altra parola misteriosa, come social freezing, su cui conviene fare chiarezza.

Empowerment significa libertà di scelta, senza condizionamenti o pressioni esterne. Dire che qualcosa è empowering equivale a dire che ci dà il potere di essere liberi di fare quello che riteniamo giusto, indipendentemente da tutto e tutti.
Secondo i sostenitori del social freezing, congelare i propri ovuli da giovani, per avere figli in età matura, darebbe alle donne potere e libertà. Ma ne siamo proprio sicuri?

Il social freezing non è empowering

Eppure, la narrazione che congelare gli ovuli sia empowering, non mi ha mai convinto.
La vera libertà sarebbe poter avere uno o più figli quando lo si desidera, senza dover rimandare per la paura — o per la certezza — che la maternità possa costare il posto di lavoro o azzerare le proprie opportunità professionali. 

Rimandare la maternità di anni, in attesa del momento propizio, dell’aumento di stipendio che non arriva mai, della fine di un periodo lavorativo intenso, perché si sono congelati gli ovuli non è libertà. È schiavitù, travestita da progresso.

Convincere le donne che sia una invenzione a loro favore e non una fregatura è un inganno.

Sembra una soluzione e invece è parte del problema. È il problema è che, malgrado le donne lavorino ormai da tempo, il mondo del lavoro continua a ignorare le loro esigenze.
Non c’è nessuna forma di aiuto a chi, pur lavorando, decide di avere figli.

I figli sono affare solo di chi li fa, una specie di perversione da mantenere privata, fra le pareti di casa, senza che venga alla luce del sole.

Per questo, le donne che hanno famiglia, sono spesso costrette a giustificarsi, a promettere che nulla interferirà col loro lavoro, a rassicurare capi e colleghi che su di loro si può contare sempre e comunque. Del valore sociale della maternità sembra non rendersi conto nessuno. Una madre e i suoi figli sono un problema, un rischio da evitare, una preoccupazione indesiderata.

Rispettare davvero le donne

Domani sarà l’8 marzo. Saremo sommersi dalla solita retorica, storditi dagli slogan, ingannati da una colossale ubriacatura celebrativa, che ha dimenticato cosa dovrebbe festeggiare.

La verità è che la società moderna odia le donne, come nessun’altra epoca. Al mondo d’oggi, c’è chi ha difficoltà a definire cosa sia una donna, ma tutti sembrano d’accordo su una cosa: che la fertilità sia un pericolo da scongiurare, la genitorialità uno spreco di energie, la natura un ostacolo alle nostre ambizioni. Le donne, private della loro potenza generativa e convinte a trattare la maternità come un sogno nel cassetto, come un traguardo da meritare e non un legittimo progetto di vita, appassiscono, si spengono, si svuotano.

Congelare gli ovuli o farsi convincere in qualche modo che la libertà sia sottostare ai ritmi del mondo è una trappola.

Congelare gli ovuli maschera il cuore problema: il mondo del lavoro spesso non offre alle donne un reale equilibrio fra professione e vita privata. 

Lo dico da donna che lavora da 30 anni e ha tre figli, e mi rammarico che la situazione non sia cambiata in tutti questi anni e che le giovani donne di oggi non abbiano prospettive più rosee di quelle che ha avuto la mia generazione.

Mi immagino che il social freezing sia spesso una scelta dettata dalle circostanze, un compromesso doloroso fra esigenze difficilmente conciliabili.

Ma parlare di empowerment no.

Se una donna desidera un figlio, sentirsi costretta a congelare i propri ovociti perché teme conseguenze sul lavoro è davvero empowering? A me non sembra.

L’empowerment sarebbe poter avere uno o più figli quando lo si desidera, senza dover rimandare per la paura — o per la certezza — che la maternità possa costare il posto di lavoro o azzerare anni di impegno e risultati. 

Desiderare una famiglia non è una colpa e non squalifica professionalmente. 

La maternità non è un inciampo nella carriera.

È invece una dimensione che molte vorrebbero far convivere  con le loro ambizioni lavorative, potendo scegliere liberamente tempi e modi, senza che questi vengano imposti dall’esterno.

Il congelamento degli ovociti non risolve il problema alla radice, lo elude. 

Non si dovrebbe parlare di “social freezing”,  in questa pratica non c’è nulla di sociale. 

La società è la grande assente in questo contesto.

Non si sta impegnando in modo strutturale a creare vera libertà di scelta, vero empowerment, alle lavoratrici che vogliono figli. 

Al contrario, le donne vengono lasciate da sole, con il peso di decidere se rimandare i loro progetti di vita, o realizzarli, al prezzo di perdere molto o tutto quello che hanno costruito.

E se invece di esaltare il social freezing, si promuovesse una vera cultura di conciliazione fra vita privata e lavoro?

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