Caro Padre, esistono oggi le sale del commiato… che ne pensa?
Il santo poverello di Assisi, Francesco, rivolgendosi alla morte, nel Cantico delle Creature, la chiamava: Sorella!
«Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,/ da la quale nullu homo vivente po’ skappare:/ guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;/ beati quelli ke trovarà ne le Tue santissime voluntati,/ ka la morte secunda no ’l farrà male» (tratto da San Francesco d’Assisi, Cantico delle Creature).
Un’indubbia espressione carica di rispetto, attenzione, familiarità… a differenza della freddezza ispirata dalle sale del commiato in cui, invece, regna l’esatto opposto dell’intimità familiare. Preciso che la sala del commiato e la casa funeraria sono due cose diverse: qui, si parla della prima sebbene le idee esposte possano essere, per analogia, riferite anche ad una casa funeraria.
Philippe Ariès (1 914–1984), storico francese dei costumi sociali e della famiglia, in una sua famosa opera avente a tema la morte, affermava: «Non sono più i bambini a nascere sotto un cavolo, ma i morti a scomparire tra i fiori. I parenti dei morti sono quindi costretti a fingersi indifferenti. La società esige da loro un autocontrollo che corrisponde alla decenza o alla dignità imposta ai moribondi. Nel caso del morente, come in quello del superstite, importa soprattutto non lasciar trasparire le proprie emozioni».
Tralasciando le pur opportune considerazioni relative alla nascita (che, oggi, è medicalizzata al punto da ricercare la generazione nei laboratori della fecondazione artificiale), nelle parole di Ariès sono indicate le ragioni (o forse dovremmo dire le sottintese pretese) della diffusione delle camere del commiato. Queste, se da un lato elevano il fenomeno morte ad “affare” sociale (ha un costo affittare tali sale) esigono una compostezza e una serietà che mal tollera ogni espressione di dolore per il caro estinto che, invece, sarebbe naturalmente espresso tra le mura di casa.
Piangere non e’ sbagliato
I cristiani – grazie alla fede in Cristo – sanno che piangere non è sbagliato. È, infatti, Cristo stesso a darci l’esempio: «Gesù allora quando la vide [Maria] piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: “Dove l’avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11, 33-35).
Gesù si commosse al vedere le lacrime di Maria (sorella di Lazzaro) e dei Giudei (perché non è indifferente alla sofferenza umana) oltre a versare lacrime al sepolcro dell’amico Lazzaro: eccezionale testimonianza di affetto per Lazzaro, Marta e Maria. Oggi il mondo vuole convincerci che piangere è segno di debolezza mentre, i veri forti sono coloro che, incuranti del giudizio altrui, versano lacrime mostrando di avere un cuore. Forti, quindi, oltre che liberi.
A ben pensarci anche la cremazione entra in quest’ottica: la “moda” sempre più diffusa di disperdere le ceneri porta con sé la successiva amnesia di una realtà che accomuna tutti i figli di Adamo: la morte. Con la cremazione anche i cimiteri perdono la loro ragion d’essere.
Mi lascia perplesso il fatto che, in occasione di incontri catechetici, affermando la verità che tutti moriremo, la maggior parte dei presenti reagisca sorridendo.
E non penso che tale risata sia da intendersi nel modo in cui la ricorda il celebre Massimo Decimo Meridio in una scena de Il Gladiatore (di Ridley Scott): «Conoscevo un uomo che una volta disse: “la morte sorride a tutti, un uomo non può far altro che sorriderle di rimando”».
Perche’ le sale del commiato non sono una buona idea
Non possiamo esorcizzare il pensiero della morte come se non ci riguardasse. E neanche, adesso, posso avere la certezza che Marco Aurelio abbia pronunciato le parole sopra citate. Posso dire, però, come cristiano, di esser certo che i santi hanno, per davvero, accolto la morte con il sorriso. Non certo per beffeggiarla, ma consapevoli che fosse foriera dell’incontro con Colui che è stato anelato per tutta la propria esistenza terrena.
Oramai da decenni la morte è bandita dal contesto sociale occidentale. La storia dell’arte è testimone di come, in passato, il momento della morte era vissuto in casa: la morte era attesa, quasi invocata (diffusa era la preghiera per la buona morte).
L’istante del transito era un momento di grande spiritualità e fede a cui partecipavano tutti, anche i bambini! Non era un tabù e neanche una vergogna. I segni del lutto erano rispettati non come mera consuetudine sociale ma quale richiesta di preghiera per ottenere misericordia dall’Altro: la cosiddetta “prece”. In fondo, la vergogna della morte è – potremmo dire – conseguenza diretta dell’avere dimenticato il significato dei novissimi, uno dei quali è il giudizio.
In definitiva, le odierne sale del commiato seguono l’ingerente e pervasiva nozione di privacy diffusa ai nostri giorni. Non si vuole che gli altri (morte compresa) entrino a casa nostra. In questo modo, se da un lato la morte è relegata al di fuori della propria quotidianità (è un tabù), in un contesto del tutto anonimo, dall’altro si nota come, gli stessi funerali, non raramente ridotti a momenti di spettacolo quando riguardano personaggi famosi, siano privati dell’apertura al trascendente come possibilità che chi è al centro, il defunto, ottenga l’agognato aiuto nel momento del giudizio finale.
