Dolore e speranza dopo una morte prematura

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URBANO II

Nel cuore dell’XI secolo, quando la cristianità europea è attraversata da conflitti, fame,

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La morte prematura di Domenico ci interroga

Domenico non ce l’ha fatta e la sua fine prematura ci interroga sul destino dell’uomo, sul senso della vita, sul nostro rapporto con Dio.

Domenico, in pochi giorni, e’ entrato in tutte le case e in tutte le famiglie, nei discorsi, nelle preghiere di tante persone che non lo hanno mai incontrato ne’ conosciuto di persona. E’ diventato il figlio, il nipote, il fratellino di tutti noi. Impossibile non fare il tifo per lui, anche quando la situazione ha cominciato a precipitare. In tanti abbiamo pregato, perche’, magari all’ultimo secondo, ci fosse un miracolo, un colpo di scena, una soluzione inaspettata.

Siamo cattolici, siamo l’esercito della speranza, anche di fronte al buio della vita. Anzi, soprattutto di fronte ad esso. Certo e’ difficile, davanti a una sorte cosi tragica e una fine cosi’ prematura, mantenere un animo sereno. E’ impossibile non mettersi nei panni della mamma e della famiglia, che hanno lottato e sperato che il cuore nuovo potesse regalare a Domenico un avvenire, che risolvesse definitivametne il problema medico e permettesse di voltare pagina. Ora che nulla di quello che speravano si e’ avverato, ora che hanno perso un figlio amatissimo, e’ davvero complicato capire il senso di un dolore cosi’ profondo e andare avanti.

La speranza e’ l’essenza della nostra fede

Eppure proprio questa e’ l’essenza della nostra fede: guardare al di la’ della nostra esistenza terrena. Accettare che non e’ tutto qui e soprattutto che la fine e’ solo un nuovo inizio, piu’ luminoso e felice. Pensiamo a Gesu’. Se uno guarda all’intera storia con la logica degli uomini, non e’ che Gesu’ faccia una bella fine. Pare che vincano i cattivi, non c’e’ nessun miracolo dell’ultimo secondo.

Nessun angelo che arrivi e se lo porti via, nessun fulmine che incenerisca i soldati romani sul posto. E nemmeno quegli antipatici del Sinedrio, che, a quel punto della storia, vorremmo prendere a pedate. Se pensiamo a Gesu’ semplicemente come un uomo, la sua storia e’ il contrario di quelle a lieto fine, che ci piacciono tanto. Quelle in cui i cattivi e i prepotenti alla fine pagano, i buoni trionfano e vivono felici e contenti.

E pero’ noi sappiamo che non finisce tutto li’. Dopo la crocifissione non partono i titoli di coda e non si riaccendono le luci in sala. Sappiamo che in realta’, il meglio deve ancora venire. Lui risorgera’, salira’ al cielo, dove lo aspetta non un semplice posto a tavola, ma un trono, alla destra del Padre. E’ ovvio che, in questa prospettiva, la sua morte terrena ha tutto un altro peso. A quel punto, la disperazione lascia posto alla gioia e alla speranza.

La speranza che trasforma una morte prematura in una promessa

Lo so che e’ facile a dirsi, in teoria, ma quando una persona cara ti viene a mancare, il tuo primo sentimento e’ il dolore.

E’ ovvio che quella persona la vorresti ancora accanto, vorresti abbracciarla, parlarle, dividere i tuoi giorni con lei. L’assenza di chi ami, specie un figlio, specie una vita innocente, spezzata da una fine prematura, sono strazianti. Pero’ e’ esattamente qui che nasce il senso della nostra fede. Il credere in un Dio che ha sconfitto la morte e l’ha resa solo una piccola parentesi. Un Dio che annulla le distanze fra la vita e la morte e trasforma il distacco piu’ grande e profondo in una promessa di felicita’ futura.

Lo recitiamo nel Credo ogni giorno, ma ci fidiamo veramente di Dio? Anche quando le cose non vanno esattamente come vorremmo? Anche quando chiediamo una grazia che non arriva?

Se non ci conforta questo, a che ci giova essere cristiani? Se non riusciamo a vedere la luce in fondo alle disgrazie umane, in cosa siamo diversi da chi non crede? Gesu’, nel Vangelo di pochi giorni fa, invita chi vuole seguirlo a prendere la sua croce e andargli dietro. A volte questa croce ha la forma della perdita di chi amiamo. Gesu’ non ci chiede di capire il perche’ di quella croce, o di chiederci perche’ proprio a noi. Lui ci chiede di aver fede che, alla fine del cammino, deporremo la croce e tutte le preghiere saranno esaudite.

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