Non conoscevo James Van Der Beek, non ho mai visto Dawson’s Creek. Quando e’ uscita la serie, avevo ventisei anni. Ero fuori target, presa dai preparativi del matrimonio, alle prese col mio primo lavoro. Non l’ho mai vista, dunque, non ho sviluppato quell’affetto e quell’attaccamento per i protagonisti che hanno in tanti, ma ne ho sentito parlare. Non odiatemi, se consideravate ogni episodio un mai piu’ senza.
So che si e’ trattato di una serie amatissima, una specie di cult per una generazione. Siccome i riferimenti culturali generazionali fanno parte dell’identita’ di tutti noi, comprendo perfettamente la tristezza e il dispiacere di tanti. James Van Der Beek muore a soli quarantotto anni, lascia moglie e sei figli, la piu’ grande appena adolescente. Una notizia cosi’ non puo’ comunque lasciare indifferenti, anche se non si aveva l’astuccio di Dawson’s creek nello zaino o il poster in cameretta.
Ma c’e’ un aspetto che mi ha turbato particolarmente. Piu’ della scomparsa di un personaggio iconico. Piu’ della morte prematura di un uomo. Piu’ della perdita di un giovane padre e un marito certo amatissimo.
Ho scoperto che James, negli ultimi tempi, pur di curarsi, ha dovuto vendere molti degli oggetti di valore che possedeva. Per fortuna, l’attore aveva probabilmente i mezzi necessari o poteva procurarseli. Forse questo non e’ bastato a salvarlo, ma gli ha permesso di vivere la sua lotta alla malattia nelle migliori condizioni possibili. Quante persone comuni, di cui non conosceremo mai i nomi e le storie, non possono fare altrettanto? Se la malattia e’ inevitabile, la certezza delle cure dovrebbe essere una garanzia.
Le cure non sono un lusso
Il dolore piu’ grande, per un malato e per i suoi cari, e’ sapere non solo che la malattia e’ grave, ma che ci sono cure adeguate e spesso necessarie, che non sono accessibili. Se la salute diventa un un roba da ricchi e non un bene da tutelare sempre, si apre la porta a una delle iniquita’ piu’ grandi del nostro tempo. La vita chiede protezione, continuità, un’idea di comunità che non ti abbandona quando smetti di essere giovane, bello, sano, o semplicemente produttivo. La vulnerabilità non è un problema di cui disinteressarsi, e’ una condizione umana universale.
Non e’ accettabile che possano curarsi solo le persone che ne hanno i mezzi. La nostra coscienza ci deve guidare a considerare la salute non come un bene di lusso, ma come un diritto. Troppo spesso si vede l’avanzata della cultura dello scarto. Una cultura in cui l’accesso delle cure ai poveri rappresenta una delle sfaccettature. Si tratta di una visione dell’umanita’ materialista, in cui la priorita’ viene data alle risorse economiche e non al benessere.
E’ giusto che si parli anche di questo, oltre alla vicenda umana di James Van Der Beek. E’ giusto che si soffermi un po’ della nostra sempre piu’ limitata attenzione sul valore della vita, che e’ inestimabile, non solo quando si tratta di una vita giovane, sana, felice.
