La malinconia della trasferta

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La malinconia della trasferta

Dovevo andare in trasferta da un cliente in centro Italia. Ora, io detesto nell’ordine: guidare l’auto, andare in autostrada e andare a trovare i clienti in macchina. Potete immaginare la mia gioia all’idea di andare in trasferta. Il mio odio per la guida ha origini antiche. Io sogno un mondo a misura di Pippi Calzelunghe. Un posto in cui ci si possa spostare a piedi, al massimo in bicicletta, raggiungendo facilmente qualunque luogo.

Ultimamente, questo mio sogno sembrava essersi avverato. Il lock down prima, l’impigrimento poi, hanno reso la trasferta una opzione impraticabile. Non per sempre, ma sufficientemente a lungo da toglierci la voglia e l’abitudine a spostarci. La trasferta sembrava obsoleta, fuori moda. Una cosa di quando eravamo trogloditi. Come il telefono fisso con la rotella, la carta carbone, il walkman.

Dopo anni passati a bivaccare in aeroporti di mezzo mondo e dintorni, aerei presi al volo, camere d’albergo di catene tutte uguali e trasferte da quattordicimila chilometri in una settimana, il telelavoro mi ha insegnato che potevo fare diversamente. Potevo vivere una vita intera, dominando il mondo dal divano di casa, in pigiama. Invece di saltellare da un fuso orario all’altro, cambiando più volte zona climatica. In pratica, la Pippi Calzelunghe sopita in me si è svegliata, e ha preteso di vivere la sua vita.

Il ritorno alla normalità

Ora però, si torna a quello che i guru della comunicazione chiamano il “new normal”. Ovvero il ritorno alla normalità. Nel mio caso, vuol dire riprendere a viaggiare. Un po’ meno di prima, ma anche in modo molto più scomodo.

Tutte le trasferte sono diventate dei mordi e fuggi, con sveglia all’alba e rientro a mezza notte, assieme a cenerentola, a bordo di zucche assai simili alla sua. Abbiamo scoperto aeroporti minori e decentrati, velivoli sempre più angusti e servizi a bordo sempre più spartani. Persino le compagnie di bandiera non servono più niente da mangiare a bordo, nemmeno un pacchetto di cracker o di biscotti. A meno che tu non sia disposto a pagare a peso d’oro della roba di pessima qualità, che prima accettavi solo perché era gratis.

Ed è tornato di moda andare in trasferta in auto.

La trasferta in auto

Un cataclisma che credevo di aver archiviato per sempre. Più low cost della trasferta col volo low cost, c’è solo la trasferta in auto. L’anello più debole della catena esistenziale del manager trasfertista.

Ho provato – lo giuro, vostro onore – a vedere se il cliente fosse raggiungibile in treno. Il treno in Italia ha una peculiarità: funziona solo sulla traiettoria del freccia rossa. In Italia è immensamente più facile andare da Milano a Roma o a Salerno che da Pavia a Modena. Nonostante la distanza sia molto più breve.

E i clienti hanno un’altra peculiarità. Sono sempre in luoghi dimenticati da Dio e dagli uomini. Un’ora e dieci di freccia rossa, quarantacinque minuti d’attesa, un’ora di regionale, un pezzo a piedi di venticinque minuti nei campi (in alternativa, bordo superstrada). Tre ore e venti di viaggio per duecento chilometri. E questo non sarebbe neanche il peggio.

Il peggio è che su quei treni non puoi contarci. Perché ultimamente i treni, se e quando ci sono, sono regolarmente in ritardo. E se perdi la coincidenza col tuo regionale, il viaggio si allunga di un’ora. Si sarebbe trattato di uscire di casa alle 5 del mattino, per avere una ragionevole probabilità di arrivare dal cliente alle nove e mezzo, al netto di catastrofi ferroviarie.

L’incantesimo degli autogrill

Fatti due conti, ho deciso di partire in macchina. Non che sia andata molto meglio. La tratta teorica, da casello a casello, era di un’ora e quaranta. Ma misurare le distanze da casello a casello, è come prendere la temperatura all’ombra. Lo sanno tutti che ad agosto non ha senso dire che ci sono trentasette gradi all’ombra. Perché poi ombra non ce n’è, il sole inonda implacabilmente ogni angolo. Tutti stanno a quarantotto gradi al sole, mica a trentasette gradi all’ombra.

E così, la distanza teorica, da casello a casello, non considera gli incidenti, le macchine che occupano stabilmente la corsia centrale a settanta chilometri all’ora. Né, soprattutto, i temibili camion. Quei bestioni che talvolta si credono delle auto da corsa, si affannano a occupare le corsie di sorpasso e ci mettono due ore a superare una Fiat cinquecento. Oppure cambiano corsia, tagliandoti la strada. Tanto loro sono grandi, grossi e indifferenti ai bozzi sulla carrozzeria.

Li odio, i camion. Esasperata dall’ennesimo treno di camion, mi sono fermata in un autogrill. Non c’è una ragione evidente per cui, in una trasferta di duecento chilometri, si avverta il bisogno di fermarsi. Ma gli autogrill, sin dall’infanzia, esercitano su di me un fascino irresistibile. Sono l’unico luogo che, nella vita adulta, sia assimilabile al paese delle meraviglie di Alice. Anche se siamo critici e disillusi verso il consumismo, difficilmente possiamo sottrarci all’incantesimo degli autogrill pieni di paccottiglia.

Una paccottiglia che in qualunque altro luogo ci verrebbe a noia subito. Eppure lì, in quel contesto, tutto diventa oggetto del desiderio. Credo di aver fatto gli acquisti più incauti e inutili, in autogrill.

Potrei mettere su una vetrinetta degli orrori comprati in autogrill. Libri fuori catalogo, CD di musica improbabile, giochi da tavolo, pupazzi e gadgettistica inutile. E poi: paste regionali comprate a caro prezzo, confezioni formato gigante di caramelle e cioccolato. Edizioni speciali, limitatissime e francamente rinunciabili di tovagliette da colazione, strofinacci con disegni tipici della regione, tegami in terracotta, tazze dipinte e magliette orrende.

La malinconia della trasferta

In questa epoca abbiamo tutto, persino molteplice copia. Eppure, l’autogrill è l’unico luogo che stimola l’approvvigionamento compulsivo. Ci sono poi articoli che sono irreperibili in qualunque altro luogo. Gli esperti del marketing, quelli che studiano come alimentare il nostro senso dell’urgenza, dovrebbero farci un pensiero.

Perché, appena varchi l’autogrill e vedi qualcosa che cattura il tuo interesse, sei colta da una inverosimile eppure potentissima paura della scarsità. Temi che se non comprerai quella cosa orrenda che vedi esposta lì, non la ritroverai mai più nella vita. A un certo punto, immagini che sarai divorata dalla nostalgia di quell’acquisto che ti lasciasti scappare, quella volta in autogrill. Per indecisione, per pigrizia, per la fretta di ripartire. Ti sembrerà allora di aver perso chissà che.

E forse è un po’ vero, perché gli autogrill sono anche questo, delle bolle in cui il tempo si è fermato, quello che nel mondo è ormai fuori corso, lì si conserva ancora.

La maledizione della malinconia

L’autogrill è una falla nel sistema spazio-temporale che governa il mondo. Alimenta la tua malinconia. L’autogrill è una specie di infanzia della ragione, dove provare a rimediare a tutte le occasioni perdute a non ripetere gli errori del passato. E per questa finta seconda possibilità, facciamo cose senza senso.

Aveva ragione Siracide:

Distrai la tua anima, consola il tuo cuore,
tieni lontana la malinconia.
La malinconia ha rovinato molti,
da essa non si ricava nulla di buono.
Siracide 30:23

La malinconia è un brutto affare. Un tarlo dell’anima. Ci fa attaccare a qualunque cosa lenisca il senso della perdita, dell’irreversibilità del tempo che passa. E’ una cosa orrenda, non mi serve, ma è qui! posso ancora comprarla e portarmela a casa e dirmi che ne è valsa la pena. Menomale che ero nel posto giusto al momento giusto.

L’autogrill è la nostalgia da trasferta. Quel bisogno di sapere che questo ennesimo viaggio non è stato vano, come quelli che lo hanno preceduto e che lo seguiranno. Una trasferta coronata da un meraviglioso acquisto in autogrill riscatta dal viaggio, dalle code in autostrada, dall’idea di aver perso del tempo e dal senso di sradicamento dalla vita quotidiana. Ci fa trattenere l’istante e renderlo, a suo modo, eterno. O almeno, molto duraturo. Ci dà l’illusione del controllo.


trasferta
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