La festa della donna

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Il duro mestiere di donna

La festa della donna, l’8 marzo, è decisamente più importante e autorevole
della poco conosciuta festa della mamma, la seconda domenica di maggio. In una
prospettiva storica, è giusto che sia così: il valore della mamma l’hanno sempre dato per scontato e riconosciuto tutti, a dire il vero non solo nel mondo di Homo Sapiens, e da milioni di anni.

Senza le cure materne sarebbe stato difficile sopravvivere, nell’attesa piuttosto vana di maschi che per diventare padri ci hanno messo molto, come ricorda con lucidità Luigi Zoja nel suo Il gesto di Ettore. Le cure parentali condivise sono faccenda moderna, se si allarga lo sguardo in prospettiva storica.

La “donna” in sé, coi suoi diritti e quella totale uguaglianza e parità che anche il racconto della Genesi riconosce e sottoscrive, ha faticato e fatica ancora, in molte parti del mondo. È comprensibile, dunque, che si celebri l’8 marzo, con tutto il suo carico di storia e di conquiste.

Donne e maternità

Siamo, però, nel 2024. Sta crescendo la discussione sulla denatalità. Se mancano figli, mancano mamme. Che, ormai, hanno imparato a fare della maternità un progetto scelto, non un’obbedienza all’uomo o un errore di percorso. Nessuno intendere insinuare che si possa cancellare un passo ormai scontato: la scissione tra sessualità e procreazione.

Anche perché già di per sé, senza affatto attendere le famose libertà sessuali di epoca contemporanea, la sessualità umana non è per nulla caratterizzata dallo specifico della generazione di vita. Questo è lo specifico del sesso, in generale. Il sesso umano ha moltissimo a che fare con il legame, col piacere puro che serve a cementare la relazione. Quindi Dio non ha certo aspettato il ’68 per assicurarci una giusta e umana libertà, posta al servizio del bene.


Una donna matura ha detto, ad una amica che sta frequentando il corso matrimoniale: “Forse, ormai, dopo aver raggiunto tutto quello che ho desiderato,
vorrei “anche” un figlio”. L’amica, incuriosita, l’ha un po’ incalzata: “Allora hai
trovato una persona con cui sposarti?”. “Che c’entra questo – è stata la risposta – mi serve solo un uomo, per fare un figlio”. Così parlano alcune donne oggi. Sarà una minoranza? Di certo non pare grande conquista né luminoso progresso.

Le ragioni della denatalità

Questa giovane solleva però un tema interessante: quello del legame tra maternità e qualità delle relazioni umane. Tanta denatalità è collegata al fatto che i progetti sono individuali, più che personali. Contemplano al massimo l’io, neppure un piccolo noi fatto da due persone. Non c’è dubbio che una componente del “valore della maternità” debba essere interpretata in senso economico: pubblico e privato
dovrebbero mostrare con provvedimenti concreti di essere amici delle mamme.

La maternità come realizzazione della donna


Forse, così, non si coglie il cuore della questione. Proviamo solo a fantasticare,
rischiando, di porre ad un ragazza, oggi, questa domanda: una donna, per realizzare la propria femminilità, deve essere una mamma? Già la domanda, di per sé, suona quasi improponibile, rischiosamente offensiva Non dico la risposta, proprio la domanda sembra che non abbiamo più la libertà di proporre.

La maternità come alternativa

Eppure questo, che ci piaccia o no, è il tema vero e più profondo. Che riflette l’equivalente questione: se nasco maschio, nasco necessariamente padre? Ad ogni modo, la risposta della conquistata modernità è un chiaro, immediato consapevole no. La maternità è solo una delle diverse, possibili ma non poi così probabili alternative che una donna potrà scegliere.

C’è chi tenta di lanciare il progetto “bellezza” della maternità, sperando che questa parola attragga verso la responsabilità genitoriale, dato che la bellezza attirerebbe sempre, verso qualche parte. C’è chi preferisce puntare sull’ “utilità” del
far figli, per sostenere il futuro dell’economia, immaginando l’uomo moderno più
attratto dall’utile che dal bello. Eppure, il grande enigma rimane: se sono una donna, sono anche una madre? Ovvio che sì, fino a sessant’anni anni fa. Poi, piano piano, decisamente no. Non solo perché sesso e procreazione son disgiunti, ma soprattutto perché un figlio determina la mia identità: mi chiameranno mamma.

Un’identità centrata su di una relazione indissolubile. E compromettersi con ciò che non si scioglie sembra fuori moda. Esisteva, prima, un aggettivo che oggi pare quasi un’offesa: “naturale”. Osservare, contemplare e rispettare un dato di natura è
risultato, per milioni di anni, un vanto o fatto normale: una risorsa e un talento.

La natura umana

Oggi, nel mondo culturale, pensato e tecnologico sentiamo quasi una certa vergogna nel riconoscere che esiste una natura umana che è mezzo per un fine, capacità per un traguardo: la creazione di legami stabili da cui scaturisca la generazione di figli. La sfida di fondo, allora, potrebbe essere così posta. Non si tratta tanto, ormai, di conciliare lavoro e maternità.

Questo, le donne sanno come si fa, se e quando vogliono dei figli. Dobbiamo farlo sempre meglio. Quel che non si sa più fare è conciliare, come amiche, natura e cultura. La prima non serve a dire che se non fai figli ma fai solo carriera sei egoista: si possono fare molte cose buone anche senza figli, nella vita. Certo, bisogna farle, queste cose buone. Le suore le fanno, senza figli loro. E tante donne si occupano e si prendono cura della vita di altre persone, molto meglio di come lo facciano, o non lo facciano, i così detti familiari.

È natura umana anche la generosità gratuita, verso ogni direzione si volga. Ma se la seconda, la cultura, serve a dire che naturale non è moderno, anzi è vecchio e oscurantista, qualcuno si sentirà tentato di tornare all’età della pietra, che almeno era l’età dei figli.

Non una grande idea, perché l’età della pietra era anche l’età delle pietre scagliate
contro le donne. Se i “lumi” del culturale spengono le scintille preziose del naturale,
sono lumi che non illuminano. E a che serve una lampada sotto il moggio,
chiederebbe Gesù?

La donna di oggi alle prese con la sua identità

Se la parola donna non include più la parola madre, se non per remota, ritardata e improbabile possibilità rimasta, abbiamo un serio problema con la modernità. Ma il grembo della donna non è come l’appendice, che nessuno sa bene perché la natura l’abbia mantenuta. È parte del sé che fa l’essenza, l’identità. Ci sono parole che evocano concetti che crediamo di dover relegare al museo: corpo, identità, maschio e femmina.

Alcuni si intristiscono, leggendo questi termini: rimanderebbero a dei limiti, a degli impacci più che a dei talenti. Nella storia dell’umanità, dai primordi, il cammino maschile è andato in questa direzione: da una natura anti-paterna di generatore-abbandonatore seriale di figli alla coscienza della paternità, la scelta di prendersi cura. Una scelta che è sembra da ribadire, ma ormai felicemente

condivisa dal già sesso forte. La donna, invece, naturalmente è sempre stata madre. Il cammino è stato da madre obbligata a madre libera. Sarebbe un bel problema, se la modernità e il progresso dovessero coincidere col proporle il cammino al contrario: dal materno naturale alla sterilità contemporanea.

Qualche segno, in tal senso, lo dava già quarant’anni fa Madonna, la cantate americana, che inondava il pianeta cantando “I am a material girl” ma anche “Like a virgin”. E le vergini, si sa, in natura non fanno figli. Figuriamoci se sono anche “materiali”. Una vera cultura cristiana accompagna con uno sguardo benevolo, creativo e ricco la natura umana, che è parte della Rivelazione, non ad essa ostacolo. Come nasciamo, dice già qualcosa di come è Dio. Non tutto, ma neppure un che di astruso o cavernicolo. O di malvagio.

Il diritto di essere madre

La grazia incontra la natura, non il peccato in sé. “Sono una donna, non sono una
mamma”, canterebbe oggi quella famosa canzone. Porre, almeno, il problema, può
aiutare. Dopo tutto, non sono nemmeno sessant’anni che la maternità si è avviata a
diventare una scelta. Eppure, già dopo sessant’anni c’è chi, come Cristina Comencini, si domanda se dopo i tanti diritti che le donne si sono conquistate non manchi, adesso, recuperare quello di mettere al mondo dei figli: il diritto di essere madre.

Si lotta per un diritto, però, solo se lo ritiene importante per sé e per gli altri: se vi si
scorge un gran valore. Una brevissima e curiosa parabola del Vangelo mette in scena un mercante di perle preziose che, girando per bancarelle, si accorge di “una perla di grande valore” messa, così, tra tante cianfrusaglie, in bella vista al mercato.

Si fa furbo, dato che nessuno l’ha notata e vendendo tutto quel che ha, se la compra. La domanda viene spontanea. Ma non se n’era accorto nessuno, di quella perla preziosa?
Eppure, stava là, esposta da chissà quanto. Forse, una parabola sulla maternità
perduta e ritrovata. Ma bisogna avere uno sguardo acuto, che sappia distinguere ciò che vale dalle patacche di questo mondo. Uno sguardo d’orgoglio gettato sull’umano, così spesso trascurato.

e qui: https://annaporchetti.it/2023/04/28/a-proposito-di-carita-intervista/

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