L’obiezione di coscienza

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Socrate, l’obiezione di coscienza la civiltà

Cosa c’entra Socrate con l’obiezione di coscienza? Noi moderni, con l’arroganza che ci caratterizza, riteniamo di aver inventato tutto ciò che esiste. Specialmente le cose meritevoli. Ci comportiamo come se non avessimo alcun debito con le Civiltà del passato. Per esempio, consideriamo l’obiezione di coscienza una necessità etica moderna.

L’obiezione è il rifiuto di compiere azioni che sono contrarie alla propria coscienza. È uno spazio etico personale, in cui rivendichiamo i nostri valori, e la loro priorità rispetto a obblighi e comandi esterni. Siamo davvero sicuri che questa squisita sensibilità individuale sia frutto della cultura attuale?  

L’obiezione è un’antica questione

Platone, il grande filosofo greco, non la pensa così. Il suo maestro, Socrate, è stato uno dei primi esempi di obiezione di coscienza che la storia tramandi. Lo apprendiamo dalla lettera VII di Platone. È la lettera che Platone indirizza ai parenti e agli amici di Dione, il nobile siracusano che aveva invitato il filosofo nella sua città, sperando che Platone potesse educare il tiranno Dionigi a essere un governante illuminato. È anche e soprattutto uno squarcio autobiografico sulla vocazione filosofia di Platone e sul suo atteggiamento verso la politica.

Del corpus delle tredici lettere attribuite a Platone, è l’unica su cui ci sia una ragionevole certezza di autenticità, da parte degli studiosi.

L’abbandono della politica, per questioni di coscienza

È proprio l’obiezione di coscienza o meglio, la sua mancata tutela, a spingere Platone ad abbandonare l’esercizio attivo della politica.  

Esercizio per cui sembra destinato sin dalla nascita. Ai tempi di Platone, la politica è quello che è oggi il digitale: un settore emergente in cui i giovani ambiziosi potevano mettersi in luce. Platone parte avvantaggiato. Appartiene a una famiglia in vista, che ha già dato ad Atene molti esponenti politici di rilievo. La sua origine gli aprirebbe molte porte in politica. Tanto più che il ragazzo è sveglio e ha studiato. Ma Platone si disgusterà dello scenario politico ateniese molto presto.

Platone, a parole sue.

Leggiamo le sue stesse parole: 

Pensavo, non appena divenuto padrone del mio destino, di volgermi all’attività politica. Il governo di allora, attaccato da più parti, passò in altre mani, finendo in quelle di cinquantun uomini (…) . Al di sopra di tutti c’erano però trenta magistrati che erano dotati di pieni poteri.  

Caso volle che fra questi si trovassero alcuni miei parenti e conoscenti che non esitarono a invitarmi nel governo, ritenendo questa un’esperienza adatta a me. Considerata la mia giovane età, non deve meravigliare il mio stato d’animo: ero convinto che avrebbero portato lo Stato da una condizione di illegalità ad una di giustizia. E così prestai la massima attenzione al loro operato.  

Mi resi conto, allora, che in breve tempo questi individui riuscirono a far sembrare l’età dell’oro il periodo precedente. Fra le altre scelleratezze di cui furono responsabili, mandarono, insieme ad altri, il vecchio amico Socrate –una persona che non ho dubbi a definire l’uomo più giusto di allora- a rapire con la forza un certo cittadino al fine di sopprimerlo. (…)

Ma Socrate si guardò bene dall’obbedire, deciso ad esporsi a tutti i rischi, pur di non farsi complimenti delle loro malefatte. (…)

Poco dopo avvenne che il potere dei Trenta crollasse e con esso tutto il loro sistema di governo. Anche in quel momento di confusione si verificarono molti episodi vergognosi, ma non fa meraviglia che nelle rivoluzioni anche le vendette sui nemici siano molto più feroci. (…)

Avvenne però che alcuni potentati coinvolgessero in un processo quel nostro amico Socrate, accusandolo del più grave dei reati, e, fra l’altro, di quello che meno di tutti si addiceva a uno come Socrate.  

Insomma, lo incriminarono per empietà, lo ritennero colpevole e lo uccisero; e pensare che proprio lui si era rifiutato di prender parte all’arresto illegale di uno dei loro amici, quando erano banditi dalla Città e la malasorte li perseguitava. Di fronte a tali episodi, a uomini siffatti che si occupavano di politica, a tali leggi e costumi, (…) tanto più mi sembrava difficile dedicarmi alla politica mantenendomi onesto. 

Il prezzo del seguire la propria coscienza

Socrate, uomo buono e giusto, non si piega a un ordine che repelle alla sua coscienza. La vendetta dei politici non si fa attendere. Socrate finisce sulla lista nera. Pagherà con la vita la sua disobbedienza civile. Dopo un processo farsa, sarà imprigionato e condannato a morte. Questo sarà un duro colpo per Platone.

I politici che non riconoscono a Socrate il suo diritto all’obiezione di coscienza sono criminali. Questo Platone lo dice chiaro e tondo. Al punto che rinuncia a fare politica, perché gli interessa rimanere onesto. 

Tutto il resto della vita, Platone si dedicherà alla filosofia. Una filosofia al servizio della politica, per governare in modo equo le città. Una politica in cui una ingiustizia come quella toccata a Socrate non possa avvenire.  

L’obiezione e la libertà di coscienza oggi

Non si può evitare di a tutto questo, in un momento in cui l’obiezione viene limitata in paesi che si reputano civili, come la Francia. Limitare la libertà di coscienza e il diritto di scelta, quando questa viola i valori del singolo, è una sconfitta enorme. Si parla tanto di diritti e di libertà, ma come si può disconoscere il diritto all’obiezione di coscienza?  

Non possiamo definirci liberi o progressisti, fintanto che proibiamo o sanzioniamo coloro che vogliono agire in armonia con la loro etica. Possiamo immaginare nel 2024 uno scenario come quello dell’Atene del V secolo, dove a qualcuno si fa subire una rappresaglia, a motivo del suo rifiuto a commettere un gesto che non considera moralmente accettabile? 

Tutelare la libertà di coscienza anche nella fede

Non sono tempi facili. Tuttavia non bisogna rinunciare a tutelare la libertà di coscienza di ciascuno. È importante preservare la nostra coscienza. Lo dice anche San paolo, che serve per combattere la nostra battaglia e rimanere nei nostri valori. Questa è una battaglia ancora più importante, se ci riconosciamo nella fede.

Ti affido questo incarico, Timoteo, figlio mio, in armonia con le profezie che sono state in precedenza fatte a tuo riguardo, perché tu combatta in virtù di esse la buona battaglia, conservando la fede e una buona coscienza; alla quale alcuni hanno rinunciato, e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede. 1Timoteo 18-19

e qui: https://annaporchetti.it/2023/04/28/a-proposito-di-carita-intervista/

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