Una vita distopica

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I miei articoli:

La vita distopica

Sapete cosa sia la letteratura distopica? Io l’ho scoperto oggi. Durante una delle mie attese interminabili in aeroporto, ho deciso di farmi un giro sul sito della Lipperini. Io la Lipperini non l’ho mai vista di persona. Però immagino che sia una di quelle signore eleganti nel vestire e raffinate nel sentire. Non per nulla, il suo blog si chiama la lipperatura, che è una crasi fra il suo cognome e la letteratura. E anche qui ci vuole una bella dose di sofisticatezza. Ci vuole anche il cognome giusto. Io, che di nome faccio Porchetti, non potrei azzardare tanto. Signora si nasce e la Lipperini, modestamente, lo nacque.

Se vi state chiedendo che ci stessi a fare sul sito della Lipperini, ammetto che puntavo a qualcosa di colto. Io ho una vita incastrata fra il lavoro, la spesa, la preparazione del pasto per le belve con cui convivo, le teleconferenze con la costa orientale degli Stati Uniti. Faccio la lavastoviglie, la cena e poi di nuovo le teleconferenze con la costa occidentale degli Stati Uniti. Un vita piena di incastri e priva di poesia.

Per questo ho voluto leggere il blog della lipperatura. Volevo vedere come ci si sente, per una volta, a sedersi fra le fila di quelli colti.

La letteratura distopica

Il blog della Lipperini parlava per l’appunto di qualcosa che una come me non conosceva: la letteratura distopica. Io al massimo arrivo alla definizione di letteratura di genere, alla narrativa bianca, ai testi di poesia. Non avevo idea che esistesse una letteratura distopica, né sapevo cosa fosse in concreto.

Ho scoperto che il “Manuale di scrittura di fantascienza”, scritto ovviamente dalla Lipperini e Franco Ricciardiello, conia una specifica definizione per la letteratura distopica.

La distopia: “Nasce in opposizione all’utopia, fin dal nome: consiste nell’immaginare un futuro peggiore del nostro, tramite il quale speculiamo su problematiche e tendenze che vogliamo criticare, o sulle quali vogliamo mettere in guardia i nostri contemporanei.” E qui ho avuto una illuminazione. C’è qualcosa di distopico nelle nostre vite. Inclusa la mia. Anche se non ho nulla a che vedere con gli intellettuali.

Vivere in un’epoca in peggioramento

La mia illuminazione non era di natura letteraria, ma esistenziale. Se la letteratura distopica descrive un futuro peggiore del presente, allora tutti noi cattolici siamo dentro a una narrazione distopica. Non ho difficoltà a immaginarmi un futuro peggiore: i segnali ci sono.

Avere una religione viene irriso e considerato un atteggiamento superato dai tempi. Una specie di superstizione che non avrebbe ragione di esistere e che qualcuno spera di sradicare dalle coscienze.

E’ distopica la condizione di chi si ammala, se nel futuro prevarrà – come temo- la logica produttiva su quella solidaristica. Sei malato e incapace di produrre? Non puoi dare un contributo alla società dei consumi? Assorbi risorse? Allora la tua vita non vale la pena di essere vissuta.

Nella visione distopica dell’eutanasia, se la tua vita non soddisfa i parametri dell’efficienza, allora tanto vale eliminarti. Naturalmente, convincendoti che questo sia nel tuo miglior interesse. Che la vita acquisti maggiore o minor valore, a seconda della cosiddetta qualità che ti offre, è distopia allo stato puro. Il valore della vita è assoluto. Non è condizionato al modo in cui la vivi. Antropologicamente non è una grande evoluzione.

La famiglia ai tempi della distopia

Per quel che riguarda i rapporti familiari, oggi la situazione non è rosea. Tuttavia, se ne può sempre immaginare una più distopica. Per esempio con matrimoni a tempo. Senza neanche la fatica di divorziare, per quanto oggi il divorzio sia già stato reso facile e veloce. (ne ho parlato qui: https://annaporchetti.it/2023/10/23/divorzio-breve/)

Forse un giorno i figli cresceranno in una famiglia composta da: due coccodrilli e un orango tango, due piccoli serpenti e un’aquila reale, anziché dai loro genitori. Forse non si chiamerà nemmeno più famiglia. In modo da confondere ancora di più le idee.

Forse i bambini si potranno comprare e regalare, come si fa con Cicciobello o con le Barbie. La visione distopica della vita potrebbe colpire e stravolgere quel nucleo di affetti che oggi consideriamo perfettamente definito, coerente, naturale.

L’identità distopica

Possiamo prefigurarci un futuro peggiore del presente, per quel che riguarda noi stessi. Un futuro in cui avremo una identità distopica. Non sapremo nemmeno noi più chi siamo. Un giorno ci sveglieremo donne. E alla sera avremo già cambiato idea e ci penseremo uomini. E poi potremo decidere che ci sentiamo cavalli, ornitorinchi, alberi di salice.

Il nostro genere ci starà stretto e la nostra inquietudine ci impedirà di accettarci, di stare davvero bene con noi stessi e con gli altri. La nostra identità sfumerà, consegnandoci a una incompiutezza che sarà una ferita.

Le future sorti progressiste

Il futuro fa paura perché è ignoto. Tutto questo è parte della natura umana. Ma nella accezione distopica che diamo oggi al mondo, il futuro fa ancora più paura. E’ più minaccioso e più triste del normale. Intendiamoci, a me il futuro in quanto tale non inquieta di per sé. Io non temo tanto le future sorti progressive, quanto le future sorti progressiste.

Guardo con sospetto questa ubriacatura di progresso fine a sé stesso, becero e ottuso, che nega tutto quello che lo ha preceduto. Un progresso che, pur di sentirsi tale, pur di marcare la differenza col passato, accetta di essere peggiore.

Come tutto è iniziato: https://annaporchetti.it/2022/10/18/mi-faccio-un-blog/

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