La solitudine del giovedì

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La solitudine del giovedì

Tutti odiano il lunedì e io concordo. Ma vogliamo parlare del giovedì? Il giovedì è una giornata spigolosa. Non come il venerdì. Il venerdì tu lo vivi come il marinaio che intravede la terraferma, dopo una burrascosa e lunga navigazione. Perché, è bene che si sappia, le settimane non sono mica tutte uguali.

Ci sono quelle che ti scivolano addosso, senza quasi colpo ferire. Di solito sono le settimane di ferie. O quelle in cui ci sono cose belle. E poi ci sono tutte le altre. Settimane interminabili ed estenuanti. Io, tanto per cominciare, giovedì mattina non ho sentito la sveglia.

Un giovedì in salita

Bene, ma non benissimo. Avevo una call alle nove in punto. (La stanza virtuale delle call è l’ambiente in cui passo più tempo ogni giorno. E dire che non è nemmeno un luogo fisico). Di conseguenza, sono entrata in call sette minuti dopo. I miei colleghi, mostrando il consueto ottimismo, mi davano già per morta: stroncata da qualche misteriosa malattia tropicale. O schiacciata dalla caduta della montagna di carta improvvidamente accumulata sulla scrivania, per la mia grafomania. O forse ingoiata dal server, dal firewall, dal router.

Tutte cose che so che esistono, perché le ho sentite nominare. Malgrado non abbia idea di cosa siano o a cosa servano. Così a naso, mi paiono piuttosto minacciose. Ma poi chissà. D’altra parte non penso di essere la sola che parla di cose che non conosce. Siamo in tanti, noi tuttologi del niente.

A cosa serve il giovedì?

E quindi il giovedì è partito in salita. Io dovevo fingere di darmi un contegno. Malgrado avessi ancora i segni del cuscino sulla faccia. Manco avessi combattuto una battaglia con la biancheria da letto. Il brutto del giovedì, è che ti fa pregustare il fine settimana. Ma in fondo è ancora lontano. C’è tutto un giovedì, seguito da un eterno venerdì. Due giorni in cui può succedere di tutto.

Fra tutto quello che può accadere di giovedì,  c’è il cliente in visita. Quella creatura mitologica che pretende sacrifici umani enormi, soprattutto da te. Quando si palesa, gli tributi omaggi sull’altare del coffe break. D’altro canto è una divinità capricciosa, di cui catturare se non il favore, almeno la simpatia. Il cliente vuole sempre quel che non può avere. E lo vuole subito. E di solito, con un tempismo straordinario, si fa vivo di giovedì. Quando tu già ti prepari psicologicamente al fine settimana. E non ti aspetti colpi di scena.

Il giovedì piove sempre sul bagnato (anche se c’è il sole)

Un’altra delle sue caratteristiche e che il cliente quello che chiede, lo vuole subito. Proprio quando non puoi occupartene. Pensate alle vacanze. Ad agosto o dicembre, puoi mettere la mano sul fuoco che il cliente, datosi alla macchia per mesi, magicamente ricomparirà. E ti chiederà -con la massima urgenza, s’intende – di fornire in una settimana un risultato che probabilmente ne richiede almeno tre. Anzi, ne richiederebbe tre, nei periodi normali.

Perché, essendo agosto o dicembre, di settimane ne occorrerebbero almeno cinque. Al prezzo di fare lo slalom fra chi è già in ferie, chi sta per andarci. E chi deve finire quello che ha promesso a qualcun altro, che magari lo aveva chiesto prima. Inutile consultare l’oracolo, si sa già che il cliente sbraiterà e minaccerà rappresaglie per avere in una settimana quello che non è fattibile in tre.

E alla fine lo otterrà. Poi se ne andrà in ferie e ricomparirà qualche mese dopo. Appena prima della festività successiva. Ma una divinità commerciale, anche se capricciosa, continua a esercitare diritto di vita o di morte su qualunque fornitore. E questo, di giovedì, è particolarmente intollerabile.

L’happy end: happy hour del giovedì

Tu affronti tutto questo con le consuete cinque ore scarse di sonno. Decidi che il giovedì ti sta tenacemente antipatico. Mentre rimugini fra te tutti questi pensieri, borbotti come una pentola di fagioli. Sulla strada che porta dal lavoro a casa, a un certo punto, vedi un bar. È in una stradina al limite estremo della zona industriale. Una terra di nessuno in cui sarebbe da pazzi fermarsi. Ma il barista deve essere coraggioso e incredibilmente ottimista, perché ha messo fuori dal locale un cartello. “happy hour, dalle 18 alle 20″.

Anna nel paese dell’happy hour

Happy hour. Ora felice. Che bella espressione. E, siccome nel tuo giovedì di happy non c’è stato finora nemmeno un minuto, decidi che questo happy hour non vuoi perdertelo. Il bar è ciò che in milanese viene definito: vuncio. Vuncio è una magica parola che non vuol dire solo unto. Più in generale vuol dire: schifoso, squallido.

Ma ormai sei dentro e fai buon viso a cattivo locale. Chiedi un prosecco. L’intera situazione è un pò surreale. Tu, stanca, sfinita, sfiduciata, in piedi, di fronte al bancone di uno dei peggiori bar dell’hinterland (che, sospetti, sia l’equivalente nostrano dei peggiori bar di Caracas). Sei l’unica cliente. Sei sola. Ma cosa ti sarà mai venuto in mente di entrare in un bar così e farti un aperitivo?

Ah, già, sta storia dell’happy hour. Happy: felice. La parola magica. Prometteteci la felicità e abboccheremo. Questo i pubblicitari lo sanno bene. Pescano nella nostra desolazione, nel nostro straniamento, nella stanchezza. In questo momento ti senti proprio Anna nel paese dell’happy hour. Un dito di prosecco non ti ammazzerà. Forse ti renderà davvero happy.

Ordini. Il barista è svalvolato e simpatico. Non prende un calice o una flûte. Te lo serve in un bicchiere enorme. Un bicchiere da spritz. Praticamente una bacinella di vino, freddissimo e profumato. Che sorpresa! In un posto vuncio come quello ti saresti aspettata un vinaccio acido e sgasato. Una specie di purga blandamente alcolica. E invece…

Il più avvinazzato del reame

Ma qualcosa ti riporta alla realtà. Sulla superficie esterna del vetro lavorato c’è un moschino spiaccicato. Ti sembra la firma più opportuna per un bar vuncio come questo. Però un po’ happy lo sei davvero (sarà il vino). Allora decidi che farai finta di niente. Scosti il minuscolo cadavere con delicatezza, seppellendolo in un tovagliolino.

Intanto il barista ti racconta di quella volta che ha bevuto, la notte prima di rifare gli esami per la patente. Gliela avevano sospesa, perché lo avevano trovato positivo (tecnicamente si dovrebbe dire per guida in stato di ebbrezza, ma positivo suona meglio. Tutto suona un po’ meglio di come dovrebbe, sarà l’atmosfera dell’happy hour).

Questa storia di essere positivo è un po’ come lui. Un modo per vedere il buono anche dove non c’è. E comunque -prosegue il racconto – lui ha deciso di fregarsene. La sera prima dell’esame ha bevuto come se non ci fosse un domani. E la mattina dopo è filato tutto liscio. Lui era fresco come una rosa.

Merito sicuramente degli enzimi inducibili. Ricordi di quell’utilissima ma diseducativa lezione di biochimica. Quella in cui impari che l’enzima che digerisce l’alcol aumenta, se sei un bevitore regolare. Quindi è un po’ come se l’alcol ti facesse meno effetto. Come se, a furia di allenarti a bere, diventassi un campione. Bé, insomma, magari un campione no. Ma finisce che reggi meglio.

Tutta colpa del giovedì

Tu bevi il prosecco e capisci che il barista pensa: hey, ti ho riconosciuta! Sei una di noi, una squinternata che, appena uscita dal lavoro alle sette meno un quarto, si fionda nel primo bar vuncio sulla strada a fare il pieno.

Ti dici che forse dovresti spiegargli che no, tu non bevi quasi mai. Se e quando bevi, lo fai in compagnia, per passare una bella serata. Ma giustificare l’impellenza di questo happy hour del giovedì sarebbe inutile. È evidente che sei un’anima inquieta. Non proprio in tutti i momenti, ma in questo sicuramente sì. E’ tutta colpa di questo maledetto giovedì e dei suoi strascichi. Delle sue implicazioni. Insomma è colpa sua. Mica tua!

In Deo veritas

In vino veritas, dicevano i romani. Invece noi modifichiamo: In vino consolatio. Strano che sia sfuggito a Boezio. Poteva scrivere il De consolatione vini et philosophie. Ci saremmo sentiti tutti meno in colpa.

Anche se, quando si soffre, la consolazione migliore è offrire il proprio dolore a Dio. In Deo veritas, più che in vino veritas. Pensarci ti fa sentire più leggera. Quello che si soffre ha senso solo se lo si offre, perché va bene provare dolore, ma almeno che serva a qualcosa. A qualcuno.

Come diceva San Paolo: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1).

Sarebbe bello che ci fosse una banca delle pene. Un giorno sto in pena io, e offro per gli altri. Un altro giorno sta male un altro e offre. Forse è davvero così. La banca c’è. Tutti abbiamo un conto in cui depositare le nostre pene e ritirare la consolazione.

Anche se, Chi ci offre sempre il giro più bello è Lui. Lui che conforta sempre. Altro che happy hour, prosecco, bar vunci e baristi svalvolati. Lui rimette tutto in pari. Anche nei giovedì neri.

Avevo parlato dell’angelo: https://annaporchetti.it/2023/01/02/il-mio-angelo-beve/

E qui: https://annaporchetti.it/2023/02/08/lo-smart-working-e-il-purgatorio/

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