Nisi caste tamen caute: il valore della prudenza

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La prudenza non è mai troppa! Questa era una frase usuale del repertorio di mia nonna. Oggi diremmo: un tormentone. Una cosa che, da adolescente, mi faceva arrabbiare tantissimo. Perché di fronte a ogni pericolo, la sua risposta era sempre quella.

Devi attraversare la strada?

Fallo con prudenza!

Ma come! Io attraverso sulle strisce… sono le macchine a dover essere prudenti. A doversi fermare.

Chiudi la porta con due giri di chiavi e non dire a nessuno che vai via.

Ma come! Invece di prendertela con i ladri, dici che se non sto attenta, mi derubano.

E avanti cosi. Questa scuola della prudenza che non è mai troppa per me era davvero ostica. Poi sono diventata grande. Ho imparato che dividere la realtà a colpi d’accetta, con le colpe e i cattivi e le responsabilità solo da una parte è una visione ingenua. E molto pericolosa. Ma allora siamo colpevoli sempre? Anche quando siamo vittime e i colpevoli sono altri?

The good doctor e del buon uso della prudenza

La mia famiglia si è appassionata alla serie: the good doctor. E quando dico appassionata non scherzo. Rivedono ogni stagione più volte. Fino a sapere interi dialoghi a memoria. L’altro giorno stavano guardando un episodio intitolato: La mela verde. In quell’episodio, il Dr Shaun si trova in un supermercato durante una rapina. Il rapinatore gli ordina di consegnargli il portafoglio, ma lui esita. Il rapinatore perde le staffe e spara a una delle clienti. Qualcuno dice a Shaun che è colpa sua. Lui si difende, osservando che non c’è una relazione causa effetto fra il suo comportamento e quello del rapinatore.

In teoria, potremmo essere d’accordo con lui.

Mica ha sparato Shaun!

Non ha certo messo la pistola carica nelle mani del rapinatore.

Né Shaun ha premuto il grilletto.

Tutto vero ma… il Dr Glassmann, che è mentore e amico di Shaun gli dice: Non è colpa tua, ma un po’ sì. Tu hai contribuito all’incidente.

Qual è la responsabilità di Shaun? Una mancanza di prudenza. La prudenza vorrebbe che, di fronte a un uomo armato, si evitasse ogni situazione che faccia salire la tensione. Perché? non per giustificare l’aggressore. Semplicemente perché non possiamo controllare cosa passi per la testa di un uomo armato. Né come agirà. Possiamo però controllare come agiremo noi. A questo serve la prudenza.

La prudenza non è un limite

In questi giorni si parla tanto di aggressioni e stupri ai danni di giovanissime. Aggressioni che spesso avvengono quando le vittime non sono completamente padrone delle loro azioni. Ubriache o drogate. E si ripropone il tormentone della prudenza.

Sì ma se le ragazze non si ubriacassero…

Ecco la solita storia che una non solo è vittima, ma se l’è pure andata a cercare.

Eccetera eccetera eccetera.

E io vorrei pacificare gli animi. Avete ragione tutti. No, non sono stata improvvisamente colta da un attacco di buonismo. È sempre la stessa questione del tagliare la realtà con l’accetta.

È vero. Nessun uomo, ragazzo, adolescente, minore, anziano dovrebbe permettersi di approfittare di una donna, ragazza, adolescente per non dire bambina. Quando penso a questi individui, il mio più naturale istinto sarebbe quello di prenderli a calci nel sedere, fino a farli arrivare al polo nord. E ritorno.

Detta questa regola aurea del mondo ideale, in quanto donna io stessa -sul viale del tramonto ok, ma ci sono uomini non molto schizzinosi- e in quanto madre di tre ragazze, io invoco fortissimamente la prudenza.

Prevenire è meglio che inveire

Prevenire è meglio che inveire (dopo). Non perché se bevi (o ti droghi) te la cerchi. Più che altro perché è lei che cerca te. Sempre. E se ti trova temporaneamente annebbiata, incapace di reagire, forse ne approfitta. Poi, certo che è colpa di lui. O di loro. Insomma, dei molestatori.

Ma quando ne ha/hanno approfittato, è consolante dirci che è colpa di un altro/altri e che sarà/saranno punito/i? Bè fino a un certo punto. Intanto il male è stato fatto.

La prudenza come riduzione del rischio

È un po’ come se ci legassimo le mani dietro alla schiena, e salissimo su un affollatissimo treno della metropolitana, con la borsetta piena di denaro, sperando che nessuno ci tolga il portafogli. Certo, nessuno avrebbe il diritto di derubarci. E non voglio giustificare il ladro. Ma se decidiamo di ridurre la nostra capacità di difenderci, cosa può accadere?

Per questo la prudenza non è un limite, è una opportunità. La prudenza non cancella il bene e il male. Il giusto o l’ingiusto. La prudenza non cancella i diritti. Quello di essere rispettata, di non subire violenza, di poter dire di no. Ma previene la necessità di rivendicarli con forza, magari a posteriori. Quando il danno è fatto.

La prudenza riduce il rischio. Il rischio non è certezza, è probabilità. Non è detto che se ti ubriachi qualcuno ti farà del male. Però il rischio esiste. E andrebbe ridotto. Anche perché tu non hai il completo controllo di quello che potrebbe succedere. E bere (drogarsi) riduce ancora di più il controllo limitato che hai delle circostanze.

La crisi del buonsenso

Questo sarebbe il buon senso, che forse è nemico della libertà. Di sicuro non gode di buona stampa nella cultura contemporanea. Però funziona. In fondo non lasciamo la porta di casa aperta di notte. Certo, questo limita la nostra libertà. Eppure nessuno di noi fa una crociata per dormire a porte aperte. In questo caso, il buon senso non ci sembra così discriminatorio.

È vero, nel migliore dei mondi possibili si dovrebbero poter fare tutte queste cose: dormire con le porte aperte e lasciare il Rolex sul bordo del lavandino del ristorante, senza timore che qualcuno lo prenda. E anche bere o drogarsi fino a perdere i sensi. Senza che nessuno cerchi di trarne vantaggio. Però non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Continuiamo a lottare per cambiarlo. Ma intanto, dobbiamo viverci.

Sine caste tamen caute

Non sono fra coloro che caldeggiano il fatto che le donne vadano in giro solo accompagnate dai maschi di casa. O che non vadano in giro per nulla. Lo capisco non è giusto e nemmeno possibile che le ragazze restino in casa a fare la calza. Anche se, fosse per me, le mie figlie vorrei saperle sempre al riparo. Dove io possa vederle e proteggerle. Questo implicherebbe chiuderle in casa fin dopo il compimento del diciottesimo anno. Magari fino a venticinque o trenta. Vi pare possibile?

La mia apprensione patologica mi procura da tempo le prese in giro dei miei familiari. Nonostante ciò, capisco che il modo migliore per crescere i figli non è chiuderli dentro. Invece è lasciare che vadano nel mondo, seppur equipaggiati di tutto quello che serve per affrontarlo. Se non tutto, della maggior parte di quello che serve.

Non si tratta di colpevolizzare la vittima. Il “lupo” (com’è stato definito il malintenzionato/stupratore) non lo incontri perché hai bevuto. Non è il tuo comportamento che lo rende bestia, lui era bestia anche prima. Se però sei nel pieno possesso delle tue facoltà, puoi reagire nel modo più lucido possibile.  E questo mi ricorda una massima latina medievale. Quella destinata agli ecclesiastici che non resistevano alle tentazioni della carne. Nisi caste tamen caute. Significa letteralmente: se non vuoi essere casto, sii almeno cauto. Ed è un realistico invito alla prudenza.

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