Il Vangelo di Marco e i pescatori di uomini

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Una bellissima riflessione sul Vangelo di Marco, da parte di Don Filippo Cotroneo.

Dopo il tempo natalizio che, alla pienezza dei tempi, ci ha fatto vedere il compimento della promessa di Dio con la nascita del Figlio, Messia delle Genti. Dopo essere stato attraversato dalla presenza dei Magi ad indicarci che la salvezza è per tutti, e aver ascoltato la voce del Padre durante il battesimo di Gesù: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento» (Mt. 3,17), possiamo intraprendere il nostro itinerario del Tempo Ordinario, avendo ben presenti le realtà citate sopra, che contenevano un pressante invito alla interiorità e alla disponibilità.

Non sto a dilungarmi nello specifico liturgico del tempo, dirò soltanto che la liturgia ci fa seguire questa prima parte, per poi essere sospeso all’inizio della Quaresima, e ripreso dopo la Pentecoste. Nel Tempo Ordinario seguiremo il ciclo delle letture dell’Anno ‘A’ pari, feriale, ascoltando il vangelo di Marco. Mentre la domenica ascolteremo quasi sempre Matteo.

Il pressante appello di Marco di ieri lo abbiamo ascoltato altre volte: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». La scena che segue ha dell’incredibile per la mentalità odierna: “vide Simone e Andrea, fratello di Simone, … «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.

Colpisce l’immediatezza della loro risposta, come se fosse la scena di un film già preparato allo scopo. Così anche per gli altri due chiamati, e per tutti coloro che in seguito lo seguiranno.

Quanta fatica facciamo oggi a seguire Gesù, anche semplicemente con la preghiera. Quante arrampicate sui vetri per trovare motivi inesistenti per giustificare le nostre mancanze; siamo pronti sempre a fare di tutto, ma non troviamo mai il tempo per stare con Lui, tesoro inestimabile.

Il vangelo di oggi pone Gesù nella sinagoga ad insegnare con lo stupore dei presenti perché parlava con autorità, cioè con parole che non potevano essere smentite. Ed è con questa autorevolezza che Gesù continua il suo cammino che, intravediamo già da molto lontano, lo porterà alla croce.

C’è un confronto che incomincia a fare paura, tra il modo di parlare di Gesù e quello degli scribi. Con Gesù, alla parola fa sempre seguito il ‘fatto’, la parola si concretizza nel ‘gesto’ salvifico; diversamente dal dire degli scribi e farisei che, come Gesù dirà in seguito, accusandoli, “impongono pesi sulle spalle altrui”. Soltanto gli spiriti impuri sono capaci di riconoscere in Gesù la verità del suo essere: “io so chi tu sei: il santo di Dio!

Gesù inizia e ci comunica la vita nuova, che si esplica nel pensare, dire e fare in maniera nuova, mettendo al primo posto la nostra relazione con Dio e con i fratelli che, con tanta fatica riusciamo a mettere in atto perché, se guardiamo in profondità, ci rendiamo conto che dobbiamo abbandonare il fariseismo che c’è in noi, che non ci permette di seguirlo come i primi discepoli, con quella libertà anche nei confronti dei genitori pescatori, per una missione più importante che loro stessi non potevano ancora capire. Proprio questa è la fede! Affidarsi ad una Persona che ‘dice’ e ‘fa’, perciò diventa autorevole.

Chiediamoci anche noi, chi è costui? Perché spesso diamo per scontato di conoscerlo ma spesso lo dimentichiamo, per come dimentichiamo il brano del Vangelo appena ascoltato durante la messa. Se riusciamo a dare risposta a questa domanda, dobbiamo imparare a metterla in pratica dicendo con S. Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è cristo che vive in me” (Gal.2,20), e “Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1Cor 2,16).

Ed è con questa consapevolezza che ciascuno di noi dovrebbe vivere la propria vita al servizio dell’altro e nel posto in cui Dio ci ha posto.

Un caro saluto in Cristo

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